Il tribunale civile di Bari ha condannato i vertici dell’allora Banca popolare di Bari (oggi BdM). In totale 11 ex amministratori, tre ex sindaci e a società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC) devono pagare 122 milioni di euro perché ritenuti responsabili della gestione che ha portato al crac della banca.
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Tutti i risarcimenti
Al centro della tempesta finanziaria e gestionale ci sono Marco Jacobini, ex presidente, e suo figlio Gianluca, ex vicedirettore generale. I due sono stati ritenuti i principali artefici del disastro e condannati a risarcire complessivamente 109 milioni di euro. A loro si aggiunge l’ex amministratore delegato Giorgio Papa, con un risarcimento di 42 milioni.
Il verdetto si estende a quasi tutto l’allora establishment della banca:
- i componenti del consiglio di amministrazione (Modestino Di Taranto, Paolo Nitti e altri sette) dovranno rispondere per 24 milioni ciascuno;
- i membri del Collegio Sindacale (Roberto Pirola, Antonio Dell’Atti, Fabrizio Acerbis) sono condannati per somme tra i 3 e i 4,5 milioni;
- assolte, invece, le domande risarcitorie verso Gianvito Giannelli, Gregorio Monachino e Alberto Longo.
La ricostruzione del disastro
La sentenza ripercorre la parabola discendente di quello che fu il maggiore istituto di credito del Sud, travolto nel 2019 da perdite patrimoniali e dall’inchiesta penale. I giudici civili, ricalcando in parte le indagini penali, delineano un quadro di “mala gestio” pluriennale, a partire almeno dal 2015.
Gli Jacobini avrebbero agito da “padroni” piuttosto che da amministratori, in un sistema dove chi avrebbe dovuto controllare “ha chinato la testa”. Emblematico di questa deriva è stato il rapporto con il Gruppo Maiora, esposto con la banca per 160 milioni. Per questa operazione, la responsabilità è ritenuta “esclusiva” degli Jacobini e di Papa, colpevoli di “distorsioni informative e occultamento dei dati” agli altri consiglieri.
Stando alla sentenza, l’istituto risultava avere un patrimonio netto negativo di 346 milioni e crediti deteriorati per circa 2 miliardi. Per il tribunale, il fallimento è stato causato da “regole e prassi di concessione dei fidi imprudenti” e da “gravi carenze nel monitoraggio”. L’intero “assetto dei controlli” interni si è rivelato incapace di intercettare e correggere i comportamenti devianti.
Unc: “I soldi vadano agli azionisti”
Ora, però, quei 122 milioni, un vero e proprio tesoretto, devono andare agli azionisti. Lo afferma l’Avv. Antonio Calvani, delegato dell’Unione Nazionale Consumatori della Puglia per le crisi bancarie. Insieme a un pool di avvocati dell’associazione, ha assistito i risparmiatori nei processi penali a carico dei vertici della Popolare di Bari:
Non possono restare una partita meramente contabile, ma devono tradursi, direttamente o indirettamente, in un ristoro concreto per chi ha subito l’azzeramento dei risparmi di tutta una vita e che sono i veri danneggiati di questa vergognosa vicenda. Con questa sentenza, infatti, si riconosce in sede civile quello che per anni hanno denunciato i nostri assistiti. Il dissesto della Popolare di Bari non è stato il frutto di un evento improvviso o imprevedibile, ma il risultato di una mala gestio protrattasi nel tempo, a danno del patrimonio della banca e degli azionisti.