Quanto vale davvero lo sport in Italia: oltre 420mila occupati e non solo

Nel 2023 lo sport vale 32 miliardi di euro, l’1,5% del Pil. Ma il dato chiave è il lavoro: oltre 420mila occupati lungo una filiera ampia, spesso invisibile.

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Danilo Supino

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Quanto pesa davvero lo sport nell’economia italiana? Molto più di quanto generalmente si possa pensare. Nel 2023 il settore sportivo ha generato 32,1 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’1,5% del Pil, con una crescita annua del 30,1% a prezzi correnti. Un rimbalzo che supera i livelli pre-pandemici e certifica lo sport come componente strutturale dell’economia italiana, non come nicchia legata al tempo libero.

 

 

Una filiera che va oltre il campo di gioco

Il primo elemento da chiarire è che parlare di “sport” non significa riferirsi esclusivamente all’attività agonistica o all’organizzazione di eventi. La stima segue lo standard europeo Vilnius 2.0, che considera tre livelli: le attività sportive in senso stretto (palestre, club, gestione impianti), le attività strettamente connesse (produzione e vendita di beni e servizi necessari a praticare sport) e le attività connesse in senso lato, che utilizzano lo sport come input economico.

 

 

Nel 2023 la componente “core” vale 5,3 miliardi, mentre la parte più ampia del valore è generata dalle attività connesse, a conferma di una filiera che si estende ben oltre il campo di gioco.

Il dato spesso sottovalutato: l’occupazione

Ma se il valore aggiunto racconta la dimensione economica, è il dato sull’occupazione a spiegare perché lo sport non possa più essere considerato un settore marginale. Gli occupati complessivi nel 2023 sono 420.770, in crescita di circa 8.000 lavoratori rispetto all’anno precedente.

 

 

L’aumento percentuale (+2%) è più contenuto rispetto alla dinamica del valore, ma segnala comunque una ripresa stabile e diffusa. Soprattutto, riporta il numero di addetti lievemente sopra i livelli del 2019, chiudendo definitivamente la parentesi pandemica.

Dove lavorano le oltre 420mila persone dello sport

La distribuzione del lavoro mostra una struttura chiara. Circa il 52% degli occupati lavora nelle attività strettamente connesse allo sport, il 27% nelle attività connesse in senso lato e il 21% nelle attività sportive in senso stretto.

 

 

In termini settoriali, i servizi assorbono oltre tre quarti dell’occupazione (più di 320.000 addetti), seguiti dall’industria manifatturiera, dal commercio e dalle costruzioni. È un dato rilevante perché smentisce l’idea di uno sport confinato al tempo libero: la sua economia attraversa comparti diversi, con effetti diretti sulla domanda di lavoro.

Una crescita che pone una questione di riconoscimento del lavoro

C’è però un aspetto spesso sottovalutato nel racconto pubblico: lo sport è un settore labour-intensive, con un’elevata intensità di lavoro rispetto al capitale. Lo dimostra il fatto che la crescita del valore aggiunto non si accompagna a una crescita proporzionale dell’occupazione. Significa maggiore produttività, ma anche una struttura che si regge su competenze professionali diffuse, spesso frammentate e non sempre pienamente riconosciute. Allenatori, istruttori, operatori degli impianti, addetti ai servizi, tecnici: una popolazione lavorativa ampia che fatica ancora a emergere come “categoria economica”.

 

 

In questo senso, il dato occupazionale va letto come livello minimo, non come fotografia esaustiva. Il Rapporto distingue chiaramente tra gli occupati rilevati dall’Istat e i lavoratori sportivi censiti attraverso altri registri amministrativi, evitando sovrapposizioni ma evidenziando un’area grigia che merita maggiore attenzione statistica e politica. Non è solo una questione di numeri, ma di riconoscimento del ruolo economico e sociale dello sport.