Pensioni, 2045 data limite: un terzo degli italiani sarà pensionato

Entro trent'anni un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, per ogni persona in attività ci sarà un trattamento previdenziale da sostenere.

Mentre la politica si divide sulla riforma Fornero e su ulteriori ipotesi di riforma delle pensioni, il futuro annunciato dall’Istat e dalla Ragioneria generale dello Stato non serba buone notizie per chi oggi appartiene alla categoria dei giovani, che con qualche approssimazione può includere tutti i nati dal 1980 in poi. Nel 2045 sarà in essere un trattamento previdenziale per ogni lavoratore, poiché naturalmente non tutti coloro che sono tra 15 e 64 anni lavorano effettivamente. Un sistema evidentemente impossibile da reggere.

Numeri
Lo squilibrio attuale è principalmente un effetto demigrafico, che però può essere letto anche nei dati sul lavoro. Il tasso di occupazione nella fascia di età che va dai 15 ai 39 anni è intorno al 48%, contro una media europea che si pone sopra al 62%. Il divario con il resto del Vecchio Continente esiste anche per i lavoratori più maturi, quelli che hanno tra 40 e 64 anni, ma è decisamente meno marcato (65% contro 72%). Spostando l’obiettivo dalla quantità alla ‘qualità’ del lavoro, emerge che in Italia circa 2 milioni e 700 mila lavoratori dipendenti hanno un contratto a tempo determinato: oltre la metà di questi hanno meno di 35 anni. Nella fascia di età tra 15 e 34 anni i rapporti di lavoro a termine sono uno su due, in quella dai 35 ai 64 anni uno su dieci. Nell’ambito di un sistema contributivo – applicato pienamente a chi ha iniziato a lavorare dal 1996 in poi – è altresì evidente che le carriere lavorative discontinue di oggi, rischiano di diventare pensioni inadeguate domani.

Categorie deboli
Alla luce dei dati, inizia a cambiare la percezione come di ‘categoria debole’ relativamernte ai pensionati. Secondo la Banca d’Italia, ad esempio, l’incidenza degli individui a rischio di povertà è cresciuta dal 19,6 al 22,9%, ma con andamenti differenziati: l’ incremento è di 7 punti per i nuclei con capofamiglia fino a 35 anni e di oltre 11 fra 35 e 45 anni. Per contro, l’ incidenza si riduce di 4,5 punti per gli ultrasessantacinquenni e di oltre 3 punti per la categoria dei pensionati. La quale ha certamente ampie fasce di disagio, con pensionati che faticano letteralmente ad arrivare alla fine del mese. L’Istat calcola che l’intervento pubblico complessivo (imposte, contributi e trasferimenti) aumenta il rischio di povertà dei giovani, dal 19,7% al 25,3% per la fascia 15-24 anni e dal 17,9% al 20,2% per quella 25-34 anni: vuol dire che nel gioco della redistribuzione queste generazioni risultano perdenti, soprattutto in prospettiva, ricevendo meno di quello che danno.

Welfare informale
I dati elencati non tengono ovviamente conto del cosiddetto ‘welfare informale’, laddove sono proprio genitori e nonni a dare importanti aiuti economici ai figli. Tuttavia, nota l’ Ufficio parlamentare di Bilancio, “se nell’ immediatezza dalla crisi questa caratteristica delle famiglie e del sistema socio-economico italiano è stata utile a tamponare i casi di sofferenza, essa costituisce anche un fattore di debolezza”.

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