Affitti in aumento nelle grandi città: quanto pesa davvero il costo della casa sui redditi

L’affitto non è più soltanto una voce di spesa: è diventato il “prezzo d’ingresso” alla vita urbana. E quando cresce più dei salari, cambia l’economia della città

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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La forbice tra canoni di locazione e redditi sta ridisegnando consumi, mobilità sociale e capacità delle metropoli di attrarre talenti. Il tema non è solo immobiliare: è macroeconomico e politico.

Negli ultimi anni, nelle grandi città, gli affitti hanno smesso di essere un semplice indicatore del ciclo immobiliare e sono diventati una misura indiretta di quanto costa “restare agganciati” alle opportunità. La dinamica è riconoscibile: mentre i salari reali faticano a recuperare potere d’acquisto, i canoni di locazione incorporano contemporaneamente scarsità di offerta, domanda in aumento e nuova competizione per lo spazio urbano. E siccome la casa è una spesa rigida, ogni euro in più sul canone sottrae margine al resto: consumi, risparmio, investimento, perfino scelte familiari e traiettorie di carriera.

Il punto economico non è che gli affitti aumentano. È il tasso con cui aumentano rispetto ai redditi. In Europa, l’incremento dei canoni nel lungo periodo è stato costante: tra il 2010 e il primo trimestre 2025, i dati citati dall’OCSE, su base Eurostat, indicano un aumento cumulato nell’UE di circa +27,8%. Il tema è cosa succede quando quella curva continua a salire mentre la crescita dei redditi resta più lenta e discontinua: l’accesso alla città diventa una variabile economica a sé, non un “dato di scenario”.

L’accessibilità abitativa come nuova linea di frattura

L’errore classico è guardare il numero assoluto dell’affitto e discutere se sia “alto” o “basso”. La metrica davvero decisiva è un’altra: quanta quota di reddito assorbe. La soglia del 30% è un riferimento, ma ciò che conta è la velocità con cui le famiglie scivolano in una condizione di compressione: quando la casa si prende una fetta crescente del reddito, la vita economica diventa più fragile e più reattiva agli shock.

Qui entra un indicatore che, letto bene, racconta più di molte polemiche: l’housing cost overburden rate, cioè la quota di persone che vive in famiglie dove i costi abitativi complessivi superano il 40% del reddito disponibile. Quindi non solo l’affitto, ma la pressione totale dell’abitare.

Nel 2024, media UE, il fenomeno è più marcato nelle città rispetto alle aree rurali e la fotografia 2025 di Eurostat segnala che quasi il 10% della popolazione nelle città vive in famiglie sovraccaricate da costi abitativi, contro il 6% nelle aree rurali. Non è un dettaglio statistico: è una frattura urbana che tende a concentrarsi su giovani, lavoratori a reddito medio-basso e nuclei con minore stabilità contrattuale.

Perché gli affitti crescono più dei salari

Gli affitti crescono perché si è irrigidito l’incontro tra domanda e offerta, proprio dove si addensano lavoro, università, servizi e reti sociali.

Sul lato domanda, aumentano i percorsi di vita che spingono verso l’affitto: ingresso tardivo nella proprietà, maggiore mobilità, famiglie più piccole, migrazioni interne ed esterne verso i poli urbani. A questo si è aggiunto, negli ultimi anni, un effetto “ponte” spesso decisivo: quando comprare casa diventa più difficile per prezzi e costo del credito, più persone restano in affitto più a lungo, aumentando la pressione proprio sul segmento che dovrebbe essere “transitorio”.

Sul lato offerta, l’edilizia residenziale è lenta: vincoli urbanistici, tempi autorizzativi, costi di costruzione e una pipeline di nuovi alloggi spesso insufficiente nelle zone più richieste. Il risultato è un mercato in cui, in molti casi, il prezzo non sale perché “c’è speculazione”, ma perché la scarsità diventa strutturale e viene prezzata mese dopo mese.

Il ruolo della trasformazione urbana

C’è un elemento spesso ignorato: l’affitto non misura solo la scarsità di case, ma anche la trasformazione economica della città. Quando crescono settori ad alta produttività (servizi avanzati, tech, finanza, consulenza), cresce la capacità di spesa di una parte della domanda. Il mercato si adegua: non fissa un prezzo “giusto”, fissa un prezzo “massimo sostenibile” per chi compete.

In più, molti quartieri si stanno riposizionando: riqualificazione, nuove linee di trasporto, ritorno degli studenti, ripresa del turismo urbano. In molti casi, questi fattori tendono ad aumentare desiderabilità e canoni, ma con intensità diversa a seconda di stock disponibile e caratteristiche del quartiere. A quel punto, la rendita non è più soltanto immobiliare: è una rendita di accesso. Chi può pagare resta vicino alle opportunità; chi non può si allontana e paga in tempo, trasporti, stress e minore mobilità sociale.

L’effetto sui comportamenti economici

Quando l’abitare assorbe più reddito, l’economia quotidiana cambia forma. Non è solo “stringere la cinghia”: è spostare il baricentro delle decisioni. Il risparmio si riduce, i consumi discrezionali si comprimono e aumentano le scelte “difensive”. Questo ha un impatto macro perché il consumo urbano è una componente rilevante della domanda interna.

C’è poi un effetto sul mercato del lavoro: se l’affitto è alto e volatile, i lavoratori diventano meno mobili e più prudenti. Il costo di cambiare città per un’offerta migliore aumenta e il vantaggio di “andare dove c’è lavoro” si riduce quando il differenziale salariale viene assorbito dall’abitare. Qui il lavoro ibrido non ha eliminato la pressione: in molti contesti l’ha ridistribuita, premiando zone con servizi, qualità urbana e collegamenti affidabili e comprimendo altrove. Il commuting conta magari meno giorni, ma pesa di più nelle scelte.

Una questione di attrattività urbana

Le città competono su salari, servizi, connessioni, cultura. Ma nel 2025-2026 sta emergendo una regola più semplice: la città è attrattiva finché il vantaggio economico netto resta positivo. Quando l’incremento di stipendio viene “mangiato” dal canone, la città perde appeal per i ceti medi, per chi è all’inizio della carriera, per le famiglie.

È il punto in cui l’affitto diventa un fattore di competitività territoriale. Le metropoli rischiano un paradosso: crescere in valore e allo stesso tempo erodere la propria base sociale produttiva, spingendo fuori proprio la manodopera che fa funzionare la città: servizi, cura, scuola, sanità, logistica. È una dinamica che, se non governata, riduce efficienza urbana e aumenta conflittualità.

Oltre il mercato immobiliare

Per questo l’aumento degli affitti non andrebbe trattato come una rubrica “casa”, ma come una lente sull’economia contemporanea. Dentro ci sono demografia, produttività, infrastrutture, politiche pubbliche e persino il modello di turismo. Non a caso, l’UE sta spingendo su strumenti e cornici regolatorie legate anche agli affitti brevi, proprio perché in alcune città la competizione tra residenza e rendita turistica amplifica la scarsità.

Il punto però è tecnico, non ideologico: l’impatto degli affitti brevi varia molto per città e per quartiere. Diventa rilevante soprattutto dove l’offerta residenziale è rigida e la domanda è già in tensione; in quei contesti, anche piccole variazioni di stock possono produrre effetti sproporzionati su canoni e accessibilità.

Dove finisce l’opportunità e inizia l’esclusione

Il costo dell’affitto sta diventando un indicatore di “salute economica urbana” tanto quanto lo sono l’occupazione o i prezzi al consumo. Se continua a correre più dei salari, la città cambia natura: da spazio di opportunità a spazio di selezione. La conseguenza più importante non è solo che si paga di più. È che si sceglie di meno: meno libertà di cambiare lavoro, meno possibilità di risparmiare, meno spazio per costruire un progetto di vita.

In Italia questa tensione è sempre più visibile nelle grandi piazze ad alta domanda dove si concentrano università, servizi avanzati e turismo e si traduce in una geografia dell’accesso che separa chi può restare “dentro” da chi deve spostarsi “fuori”.

La partita, ormai, non è soltanto tra proprietari e inquilini. È tra città che riescono a restare accessibili, quindi dinamiche e inclusive, e città che diventano vetrine costose, con economie brillanti, ma basi sociali fragili.