Cosa sono i combustibili solidi secondari e a cosa servono

Da cosa derivano, come si producono e si differenziano e in che forme vengono utilizzati i cosiddetti CSS. E perché possono essere vantaggiosi per economia e ambiente

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Maurizio Perriello

Giornalista

Maurizio Perriello è un giornalista. Nato a Melfi nel 1988, si laurea a Pisa in Storia e consegue un Master a Milano. Esperto di tematiche green, in particolare di climate change.

Nel vasto insieme delle fonti di energia utilizzate dall’uomo, c’è un sottogruppo denominato Combustibili solidi secondari (CSS). Si tratta di un tipo di combustibile ricavato dalla lavorazione dei rifiuti non pericolosi, sia urbani sia speciali. L’impiego di CSS nei settori produttivi, come quello industriale, può portare vantaggi ambientali ed economici.

Definizione e tipologie di combustibili solidi secondario

Il Combustibile Solido Secondario è ottenuto dalla componente secca (plastica, carta, fibre tessili) dei rifiuti non pericolosi tramite appositi trattamenti di separazione da altri materiali non combustibili, come vetro, metalli e inerti. Può essere suddiviso in due principali tipologie, che differiscono per le loro caratteristiche chimico-fisiche e per il loro status giuridico:

  • il CSS;
  • il CSS-combustibile, considerato la versione End of waste (EOW) del CSS.

Il secondo ha cessato la qualifica di rifiuto e viene dunque considerato un nuovo prodotto. Il primo rimane invece un rifiuto e la sua lavorazione, gestione e utilizzo può avvenire solo in impianti autorizzati. I CSS possono in realtà dividersi in 125 tipologie diverse, a seconda della combinazione di tre parametri fondamentali:

  • il potere calorifico inferiore (indice del valore energetico e quindi economico);
  • il contenuto di cloro (indice del grado di aggressività sugli impianti);
  • il contenuto di mercurio (indice della rilevanza dell’impatto ambientale).

Solo le tipologie classificate classe I e classe II rappresentano prodotti per la combustione. La classe III è invece considerata come rifiuto non pericoloso.

Da dove derivano e in che forme si presentano i CSS

Un CSS può derivare dal trattamento di frazioni omogenee e selezionate di rifiuti urbani, rifiuti industriali, rifiuti commerciali, rifiuti da costruzione e demolizione, fanghi di depurazione delle acque reflue civili e industriali non pericolosi.

Il “risultato” finale si presenta di solito in varie forme, addensate o meno. Una di queste è il fluff (simile a coriandoli): in questo caso il combustibile solido secondario può essere lasciato sfuso oppure compattato in presse normalmente di forma parallelepipedo, per un peso che va da circa 500 a mille chili ciascuna. Il CSS può anche presentarsi in forma addensata: come pellet, bricchette o in forma granulare.

Come si producono i CSS

Dopo aver scartato i materiali non combustibili (vetro, metalli, inerti) e la frazione umida (la materia organica come gli scarti alimentari e agricoli), avviene il confezionamento del cosiddetto “residuo secco combustibile” (soprattutto plastiche).

Il processo di produzione del CSS prevede varie fasi, distinte a seconda della qualità del combustibile da ottenere e del materiale di partenza. Le principali operazioni sono:

  • triturazione e riduzione dimensionale del materiale;
  • deferrizzazione, attraverso separatori elettromagnetici;
  • eventuale deumidificazione e stabilizzazione della frazione organica;
  • asportazione di metalli non ferrosi;
  • asportazione di materiali inerti (vetro, ceramiche, sassi, sabbia, inerti…);
  • eventuale triturazione ulteriore per adattare la pezzatura in funzione della tecnologia di termoutilizzazione;
  • eventuali essiccamento, addensamento o pellettizzazione, in base alla modalità di alimentazione degli impianti.

Come e dove si possono utilizzare i CSS: il quadro normativo

Il decreto legislativo n. 152/2006 (il cosiddetto Testo Unico dell’Ambiente) ha introdotto la definizione di CSS, abrogando la precedente definizione di CDR (Combustibile derivato da rifiuto) attraverso il decreto legislativo n. 205 del 2010 (all’articolo 183, lettera cc). Quest’ultimo ha recepito la direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/Ce.

A livello normativo la produzione di combustibili derivati, come i CSS, si configura come un’operazione di recupero di rifiuti. L’utilizzo di rifiuti come combustibili alternativi, sia in impianti dedicati sia in impianti industriali esistenti, ricade invece nel campo d’applicazione della direttiva 2000/76/Ce sull’incenerimento dei rifiuti, recepita a livello nazionale dal Dlgs n. 133 del 2005 che disciplina il trattamento termico di qualsiasi scarto. La normativa non ha tuttavia in modo univoco se, e a quali condizioni specifiche, il trattamento termico dei rifiuti sia da considerarsi un’operazione di recupero o di smaltimento.

Nel 2021 il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 5535/21, ha ripristinato l’impianto originario del Dm 22/2013 (il cosiddetto “decreto Clini”) che disciplina i requisiti per la cessazione della qualifica di rifiuto del Css-combustibile. Nel recepire le linee guida del Ministero della Transizione ecologica, la sentenza pone l’accento sul fatto che “l’impiego del Css-combustibile conforme alle caratteristiche indicate nel Regolamento n. 22/2013 non rappresenta una forma di recupero di energia da rifiuti, bensì l’utilizzo di “un autentico prodotto classificato combustibile, ottenuto a valle di un processo di recupero di materia”.

In Italia il CSS può essere utilizzato esclusivamente se riconosciuto come CSS-combustibile, nei cementifici aventi capacità di produzione superiore a 500 ton/g di clinker e nelle centrali termoelettriche con potenza termica di combustione superiore a 50 MW.

Il Consiglio di Stato sottolinea inoltre che l’utilizzo dei combustibili solidi secondari in cementifici è riconosciuto da “una decisione della Commissione europea (la n. 163 del 26 marzo 2013) come una migliore tecnica disponibile (Mtd o Best available technique – Bat)”. Il CSS EOW può essere utilizzato come combustibile negli impianti che producono emissioni in atmosfera soggetti al Titolo I, Parte V del D. Lgs. 152/06.

In ogni caso, la produzione deve avvenire in impianti idonei al contenimento delle emissioni di polveri e al deposito dei rifiuti nelle diverse fasi di trattamento. E deve trattare materiali in cui sia del tutto assente il cloro, elemento che durante la combustione produce diossine.

I vantaggi dell’utilizzo di CSS

I CSS costituiscono un’alternativa meno inquinante rispetto alle fonti fossili tradizionali e con un impatto ridotto anche sull’economia nazionale nella produzione di energia termica ed elettrica. Prendendo ad esempio il carbone, il combustibile ricavato dai rifiuti inquina il 30% in meno e possiede un potere calorifico sostanzialmente equivalente.

La valorizzazione dei rifiuti per produrre energia emette infatti in atmosfera, a parità di quantità, un volume di anidride carbonica inferiore a quella diffusa dalla combustione di sostanze fossili tradizionali. Essendo diversa l’origine dei rifiuti, anche il CSS ha ovviamente caratteristiche diverse a seconda del materiale di partenza. In ogni caso il potere calorifico più basso è sempre almeno di 15 MJ, mentre l’umidità massima si aggira attorno al 25%.

Se utilizzati nei cementifici, i CSS possono “sfruttare” l’elevata temperatura che garantisce la scomparsa di tutte le sostanze organiche inquinanti. Non solo: essendo la massa di natura basica, eventuali gas acidi liberati dalla combustione sono neutralizzati, mentre se ci sono metalli pesanti, questi finiscono nelle ceneri e nelle polveri.

Gli inceneritori funzionanti a CSS hanno una resa termica superiore a quella degli impianti che sono stati costruiti per smaltire RSU (Rifiuti solidi urbani). Altre importanti applicazioni si riscontrano nelle centrali termoelettriche e per teleriscaldamento, negli impianti siderurgici, di produzione della calce, di gassificazione.