Al Sud scoppia anche la rivolta del pane, cosa c’è dietro la protesta di cui in pochi stanno parlando

Dall'Alto Ionio cosentino la serrata dei 31 artigiani: farina +10 euro al quintale, energia e imballaggi più cari, margini erosi dalla Gdo

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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Mentre l’attenzione pubblica è concentrata sulle vetrine rotte di Milano, nel Sud Italia si allargano le proteste che, in questi giorni, hanno visto mobilitarsi il comparto della panificazione artigianale. Anche in questo caso c’entra il caro prezzi, che sta aggravando la situazione di chi già denuncia da tempo i rapporti sempre più complicati con la grande distribuzione organizzata.

Le contestazioni arrivano dalla Calabria e, anche se diverse, si intrecciano con quelle degli autotrasportatori, poiché riportano al centro il tema del costo del cibo e della sostenibilità economica delle piccole imprese.

La rivolta del pane prende piede al Sud: cosa sta succedendo in Calabria

La mobilitazione dei panificatori è iniziata il 16 ottobre 2026 a Cosenza, quando 31 artigiani dell’Alto Ionio cosentino hanno deciso di unirsi alla protesta degli autotrasportatori lungo la statale 106, nella piana di Sibari. Dopo una prima serrata di due giorni, la manifestazione è proseguita fino a martedì 20 ottobre, per far luce sulle difficoltà di un settore composto in larga parte da piccole imprese familiari.

A preoccupare è stato soprattutto l’annuncio relativo a possibili aumenti dei listini all’ingrosso che, se confermato, renderebbe impossibile mantenere in equilibrio i conti senza trasferire integralmente sui consumatori l’aumento delle spese. Il prezzo del pane potrebbe infatti passare da 3 a 3,80 euro al chilo a partire dal prossimo novembre in alcuni esercizi.

L’aumento ipotizzato è pari a 80 centesimi al chilo, ovvero circa il 26,7% in più rispetto al prezzo iniziale. Se applicato, significherebbe spendere 4 euro in più per acquistare cinque chili di pane rispetto a quanto si pagherebbe con il listino precedente.

Secondo quanto riferito da Monti al Corriere della Sera, tra le voci che stanno incidendo maggiormente sui bilanci c’è la farina, il cui prezzo sarebbe aumentato di 10 euro al quintale dalla metà di settembre, ma anche i rincari del gas e dell’elettricità, indispensabili per alimentare i forni e mantenere operativi i laboratori.

Un ulteriore elemento riguarda i materiali per il confezionamento. Per carta e plastica, gli aumenti segnalati arriverebbero fino al 50%, con un impatto significativo sulle attività che devono preparare e consegnare quotidianamente il pane a negozi e supermercati.

I bonus richiesti

Accanto al caro materie prime, c’è poi il problema del costo del lavoro. La panificazione artigianale richiede spesso turni notturni o nelle prime ore del mattino, perché il pane deve essere pronto per la vendita quando i clienti iniziano la giornata. Questo comporta spese maggiori per la gestione del personale, che si vanno ad aggiungere ai rincari del periodo, e che rendono insostenibile il proseguimento di molte attività.

Pino Cesarini, panificatore che lavora insieme a tre familiari e due dipendenti, ha richiamato l’attenzione proprio sulla necessità di agevolazioni contributive per le assunzioni. A lui si è unito anche Eugenio Bettarini Briatico, panificatore di Francavilla Marittima, che ha evidenziato le difficoltà di sostenere salari e spese crescenti. Questo perché per le imprese di dimensioni ridotte, mantenere un organico sufficiente è essenziale, ma può diventare economicamente difficile quando aumentano le spese e i ricavi non crescono allo stesso ritmo.

Il nodo della grande distribuzione

Tra le ragioni della protesta c’è infine il rapporto con la grande distribuzione organizzata. Produttori e panificatori che riforniscono supermercati e che sono coinvolti nella mobilitazione hanno denunciato pressioni sui listini di vendita e una gestione penalizzante dei margini commerciali. Nello specifico, secondo le testimonianze degli operatori, alcuni supermercati avrebbero preteso di trattenere per sé fino al 50% dei rincari applicati al prezzo del pane al pubblico, lasciando ai panificatori una quota insufficiente a coprire gli effettivi aumenti dei costi delle materie prime e dell’energia.

È anche per questo che i panificatori chiedono di rivedere i rapporti lungo la filiera, affinché la distribuzione del rischio commerciale non finisca per gravare soprattutto sui produttori più piccoli.