Importazione di legumi minaccia produzioni italiane: a rischio un mercato da 1,3 miliardi

Dall'allarme glifosato ai falsi Made in Italy: perché tre piatti di legumi su quattro sono stranieri e come tutelare la produzione nazionale

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

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I legumi oggi rappresentano uno dei componenti principali della dieta di milioni di famiglie italiane, spinte da una crescente attenzione alla salute, al benessere e alla sostenibilità. Secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, più di un italiano su due consuma questi alimenti almeno qualche volta a settimana. La spesa complessiva delle famiglie ha raggiunto 1,3 miliardi di euro l’anno. Tuttavia, mentre aumenta la domanda interna e si rafforza la consapevolezza dei benefici nutrizionali e ambientali di questi prodotti, la produzione nazionale arranca, schiacciata da una concorrenza estera sempre più aggressiva.

Il nodo delle importazioni: tre piatti su quattro arrivano dall’estero

Nonostante la qualità e la varietà dell’offerta nazionale di legumi, i numeri raccontano una realtà complessa. Secondo l’analisi di Coldiretti (sui dati Ismea) nel 2024 l’Italia ha importato oltre 500 milioni di chili di legumi, a fronte di una produzione interna di circa 170 milioni di chili. In pratica, tre piatti su quattro di fagioli, lenticchie e ceci consumati nel nostro Paese provengono dall’estero.

I principali fornitori sono Stati Uniti e Canada, dove è consentito l’uso del glifosato in pre-raccolta, una pratica vietata in Italia. Questo elemento non è secondario, poiché implica standard produttivi differenti e costi più bassi, che si traducono in prezzi finali più competitivi rispetto al prodotto nazionale. In altri contesti, come il Messico, emergono criticità legate alle condizioni di lavoro e allo sfruttamento minorile. Il rischio è che il mercato italiano venga alimentato da prodotti ottenuti con regole ambientali e sociali meno stringenti rispetto a quelle imposte agli agricoltori italiani.

Un problema di competitività e di equità

La concorrenza estera a basso costo mette in difficoltà le aziende agricole italiane, che devono sostenere costi di produzione più elevati legati a normative ambientali, fitosanitarie e sul lavoro più rigorose. La mancanza di una reale reciprocità negli scambi commerciali crea una distorsione competitiva che penalizza chi rispetta standard più elevati.

Il tema non è il protezionismo, ma la parità di condizioni. Se agli agricoltori italiani viene vietato l’uso di determinate sostanze o vengono richiesti determinati requisiti di sostenibilità, quello che chiedono gli esperti è che gli stessi criteri vengano applicati ai prodotti importati.

Coldiretti spinge per una revisione degli accordi commerciali basata su tre principi chiave: parità di condizioni, efficacia dei controlli alle frontiere e reciprocità delle regole. Senza questi presupposti, il rischio è di compromettere un comparto che genera 1,3 miliardi di euro di spesa interna e che ha un potenziale di crescita ancora significativo.

Il nodo dell’etichettatura e i falsi Made in Italy

Un ulteriore elemento critico riguarda la trasparenza in etichetta. I legumi secchi importati possono essere reidratati e confezionati in Italia, assumendo di fatto una veste che richiama il Made in Italy pur non essendo coltivati sul territorio nazionale. Questo meccanismo rischia di confondere il consumatore, che associa l’italianità al luogo di confezionamento e non a quello di coltivazione.

Per evitare pratiche ingannevoli, viene richiesta un’etichettatura obbligatoria e chiara dell’origine, con l’indicazione del Paese di coltivazione, analogamente a quanto già avviene per i legumi freschi. La trasparenza in questo modo diventa uno strumento fondamentale non solo per tutelare il consumatore, ma anche per valorizzare le produzioni nazionali.

Le scelte dei consumatori come leva di mercato

In un contesto così articolato, il ruolo dei consumatori è decisivo. Scegliere legumi con indicazione chiara dell’origine italiana, orientarsi verso prodotti Dop e Igp o acquistare direttamente dagli agricoltori nei mercati locali significa sostenere un modello agricolo che garantisce qualità, tracciabilità e rispetto delle regole.

Il mercato dei legumi è in crescita, trainato da tendenze salutistiche e ambientali. Tuttavia, senza una strategia di filiera che rafforzi la produzione interna e senza regole commerciali più equilibrate, l’Italia rischia di diventare sempre più dipendente dall’estero per un alimento simbolo della propria tradizione gastronomica. La sfida dei prossimi anni sarà quindi trasformare la crescente domanda in un’opportunità per rilanciare le coltivazioni nazionali, investendo in innovazione, aggregazione dell’offerta e promozione delle eccellenze territoriali.