Abbiamo un problema con gli stipendi in Italia

Caro prezzi e inflazione: aumenta sempre di più il costo della vita in Italia ma gli stipendi non reggono il passo, quali sono i rischi a cui andiamo incontro?

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Federica Petrucci

Consulente del lavoro, redattore

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

Prezzi e inflazione alle stelle: aumenta sempre di più il costo della vita in Italia e, nonostante gli interventi del governo uscente e quelli annunciati dai partiti al voto alle prossime elezioni, gli stipendi non reggono il passo con il trend dei rincari. Ma quali sono i rischi a cui andiamo incontro?

Di fatto, come confermano gli ultimi dati OCSE, gli stipendi in Italia sono aumentati rispetto al passato, ma si tratta di un reddito extra che potrebbe non fare la differenza.

Di quanto è aumentato il costo della vita in Italia

Pandemia, guerre, tensioni nazionali e internazionali hanno generato una carenza di materie prime che – inevitabilmente – ha fatto schizzare i prezzi di beni e servizi in Italia. È una delle prime leggi di mercato: quando la domanda è alta e l’offerta è bassa, questo squilibrio si riflette inevitabilmente sull’andamento dei costi. Si chiama inflazione e, da diversi mesi ormai, l’Italia ci sta facendo i conti.

Secondo i dati ISTAT (FOI), l’indice dei prezzi al consumo per famiglie e operai è aumentato del 7,8% in un anno (dal 2021 al 2022). Se si prende in considerazione invece il 2020, ad oggi, il costo della vita è aumentato del 9,8%, e la situazione – purtroppo – non è destinata a migliorare (qui gli aumenti previsti in autunno).

Tuttavia, sul fronte salari, l’andamento non è allo stesso modo così incalzante e quindi gli stipendi, seppur tendenzialmente più alti rispetto al passato, non reggono il passo con tutti gli altri aumenti registrati.

Sono aumentati gli stipendi, ma non abbastanza: perché abbiamo un problema con i salari in Italia

Non serve fare grandi calcoli matematici per rendersi conto, subito, che è improbabile che gli stipendi siano in grado oggi di tenere il passo con l’inflazione in Italia. Secondo l’ultimo report OCSE, che ha analizzato l’andamento salariale negli ultimi tre decenni (1991/2021), lo stipendio medio nel nostro Paese si è attestato intorno ai 29.694 euro: rispetto ai dati del 1991, quando lo stipendio medio era intorno ai 29.588 euro, c’è stato un aumento, ma solo dello 0,3% in trent’anni.

Nel frattempo, però, il costo della vita è cambiato e, se si tiene conto della variazione dei prezzi in aumento (anche escludendo l’esplosione inflazionistica degli ultimi tempi) è chiaro il problema: in Italia si guadagna un po’ di più rispetto al passato, ma il potere di acquisto di un lavoratore medio e del suo stipendio non è più lo stesso.

Per comprendere l’impatto dell’attuale contesto economico sui budget salariali, è importante fare una premessa. L’inflazione provoca una perdita di potere d’acquisto dei consumatori quando i prezzi salgono. E le organizzazioni aumentano i salari solo nella misura in cui aumenta il valore di ciò che i dipendenti producono (o perché i dipendenti producono di più o perché l’inflazione sta portando a un aumento della domanda di beni e servizi). Come già ribadito, però, non è detto che sia sempre sufficiente.

Aumentano i benefit, ma non gli stipendi

Nonostante la grave carenza di talenti e l’impatto delle cd. “grandi dimissioni” (ve ne abbiamo parlato meglio qui), nel 2022 il budget per l’aumento dei salari aziendali non può che seguire l’andamento inflazionistico. Le aziende vorrebbero e dovrebbero spendere di più per attirare e trattenere i migliori professionisti, ma non sempre possono.

Dai risultati di un sondaggio condotto dalla Willis Towers Watson Public Limited Company, una società multinazionale di consulenza assicurativa britannica-americana che ha coinvolto 1.004 realtà economiche-commerciali tra ottobre e novembre 2021, analizzando la loro pianificazione del budget salariale, il 98% delle aziende a livello globale ha intenzione di aumentare gli stipendi, ma non è detto che gli interventi riescano a contrastare la spinta inflazionistica.

Un principio di base dell’economia del lavoro è che gli aumenti salariali sono “vischiosi”, nel senso che tendono a non diminuire a meno che non siano presenti problemi strutturali significativi. “Vischiosità è un termine utilizzato nelle scienze sociali, in particolare in economia, per descrivere una situazione in cui una variabile oppone resistenza ad un cambiamenti” (Wikipedia). Quindi, poiché i salari sono difficili da ridurre se i mercati si deteriorano, le aziende sono lente ad aumentare i salari prima di determinare implicazioni a lungo termine.

Allo stesso modo, ora che la disoccupazione è tornata ai livelli pre-pandemici, i datori di lavoro stanno valutando le tendenze a lungo termine prima di aumentare gli stipendi ben oltre i livelli pre-Covid su tutta la linea di produzione. Sebbene molte aziende stiano scegliendo di offrire retribuzioni più alti ai professionisti più richiesti (qui la classifica delle lauree più ricercate e pagate di più), i livelli salariali complessivi continuano comunque ad essere stabili e a non registrare enormi sbalzi retributivi. E probabilmente così sarà ancora per diverso tempo.

Molte realtà imprenditoriali, non a caso, stanno investendo in programmi e benefit da assicurare ai dipendenti (da integrare la retribuzione fissa), senza intervenire però sugli stipendi. Hanno capito che, specie dopo i vari lockdown, quello che vogliono i professionisti è un lavoro più flessibile, appagante e conciliante con gli impegni privati, e allora su queste politiche molti – specie le multinazionali – si stanno orientando. Le risorse investite in questi programmi, di fatto, possono essere riviste e anche tagliate o ridimensionate più facilmente nel futuro, al contrario della spesa destinata agli stipendi che – per i motivi sopra già esplicati – sarebbe un problema rivedere.

Inoltre, bonus, aiuti e benefici assicurati ai dipendenti sono spesso collegati alla loro redditività o ai loro livelli di produzione. Di conseguenza, in questi casi rientrare nell’investimento è più facile, monitorabile e anche redditizio.

Aumentare gli stipendi è la soluzione giusta? La grande “beffa” dell’inflazione salariale

C’è da dire che, mentre l’inflazione ha effettivamente portato a una sostanziale compressione del tenore di vita e alla diminuzione dei salari reali, sono state anche avanzate argomentazioni secondo cui l’aumento dei salari potrebbe portare a un’ulteriore spinta inflazionistica. La cosiddetta “spirale dell’inflazione salariale”, così la definiscono gli esperti, suggerisce che gli aumenti di stipendio possono paradossalmente portare a un’inflazione dei prezzi più elevata, che a sua volta fa sì che i lavoratori perdano ulteriormente potere d’acquisto. Qualsiasi aumento annuale di stipendio pari o inferiore all’attuale tasso di inflazione è, in termini di denaro reale, una riduzione dello stipendio.

In pratica se, come successo, aumentano gli stipendi ma non di tanto, le aziende – per pagare i propri dipendenti di più – dovranno alzare i prezzi di vendita al consumo e al dettaglio, e il potere di acquisto delle retribuzioni medie mensili in Italia sarà minore, poiché non reggerà il passo con tutti gli altri aumenti. Infatti, è opinione diffusa che se i costi salariali aumentano più velocemente della produttività, il livello dei prezzi potrebbe aumentare man mano che le imprese trasferiscono i costi salariali più alti sul consumatore finale.

Tuttavia, l’idea che gli aumenti salariali portino direttamente a un aumento dell’inflazione non è sempre valida. L’attuale alto tasso di inflazione infatti è in gran parte causato da fattori che non sono collegati ai livelli retributivi – pandemia, guerra, carenza di materie prime etc. – quindi non sarà risolto frenando gli aumenti in busta paga.

In sostanza, il progresso delle retribuzioni e il passaggio a una ripresa sostenibile richiedono uno Stato centrale determinato ad aumentare la produttività. In questo modo gli stessi aumenti salariali potrebbero creare le condizioni per una maggiore produttività, aumentando la motivazione e il morale dei lavoratori. Salari più alti potrebbero sostenere l’economia e aiutare a scongiurare la minaccia un’inflazione ancora più elevata e una crisi del costo della vita ancora maggiore.