Lavoratori stranieri in Italia, +139% di assunzioni in 8 anni: in quali settori

Invecchiamento della popolazione e settori snobbati dagli italiani: per questo continua ad aumentare in numero dei lavoratori stranieri

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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Cambia il mercato del lavoro: nel 2025 quasi un’assunzione su quattro in Italia ha riguardato un lavoratore straniero. Si parla di oltre 1,36 milioni di ingressi nelle imprese, pari al 23,4% del totale.

Rispetto al 2017 gli ingressi di lavoratori immigrati sono aumentati del +139%. Sono numeri più che raddoppiati rispetto al periodo pre-Covid. I dati sono evidenziati da un rapporto dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Perché aumentano i lavoratori stranieri in Italia

La spinta in questa direzione arriva da tre fattori: invecchiamento demografico, carenza di manodopera e ripresa delle attività a maggiore intensità di lavoro manuale. Per l’ultimo punto si tratta dei classici lavori che “gli italiani non vogliono più fare”, secondo una locuzione abusata ma forse sempre attuale.

Alcuni comparti mostrano un grado di dipendenza dagli immigrati particolarmente forte: in agricoltura quasi il 43% delle nuove assunzioni previste riguarda cittadini stranieri; nel tessile-abbigliamento-calzature si sfiora il 42%; nelle costruzioni si supera il 33%. Anche in ristorazione, servizi di pulizia, logistica e trasporti i numeri viaggiano stabilmente oltre il 25%.

Guardando ai numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica con oltre 231.000 ingressi tra cuochi, aiuto-cuochi, lavapiatti, camerieri e addetti alle pulizie. Seguono i servizi di pulizia e l’agricoltura. È qui che si manifesta la frattura tra domanda e offerta di lavoro: sono ambiti in cui la disponibilità di manodopera italiana è insufficiente, per condizioni di lavoro, stagionalità, salari bassi o difficoltà di conciliazione.

Il risultato non è una sostituzione dei lavoratori italiani con lavoratori stranieri, ma una copertura di posti che in molti territori resterebbero scoperti. Senza questo apporto, intere filiere produttive subirebbero contrazioni immediate.

Le differenze territoriali sono forti. Nel 2025 l’incidenza delle assunzioni di stranieri supera il 30% in Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. A livello provinciale, Prato arriva a oltre il 55%: più di un neoassunto su due è straniero. Seguono Gorizia e Piacenza con valori vicini al 40%.

In termini assoluti, le grandi aree metropolitane concentrano i volumi maggiori: Milano supera le 140.000 assunzioni previste di stranieri, Roma sfiora le 100.000. Qui la dinamica non è solo produttiva ma anche urbana: interi segmenti dei servizi cittadini poggiano su lavoro immigrato.

Lavoratori stranieri fra tasse, contributi e rimesse

Del dato demografico si è già accennato: l’Italia invecchia rapidamente e le persone in età lavorativa si riducono. I lavoratori stranieri compensano in parte questo squilibrio. Pagano tasse e contributi, ma essendo mediamente più giovani accedono meno a pensioni e prestazioni sociali.

Al di là dei dati del report della Cgia, su questo punto si aggiunge qualcosa: con la Manovra 2026 il Governo Meloni ha modificato le regole di calcolo dell’Isee, includendo nel patrimonio mobiliare anche le rimesse di denaro inviate all’estero, oltre alle giacenze in valuta estera e in criptovalute. Ogni anno tra i 7 e gli 8 miliardi di euro guadagnati in Italia vengono trasferiti fuori dal Paese sotto forma di rimesse ai familiari dei lavoratori migranti. L’uscita di liquidità dai conti correnti poteva contribuire ad abbassare la giacenza media rilevante ai fini Isee. La nuova norma mira a rendere più stringenti i criteri di accesso ad alcune prestazioni sociali.

Mercato del lavoro ed etnie

Tornando ai lavoratori migranti, i dati smentiscono la lettura di una sorta di specializzazione etnica dei nuovi lavoratori in Italia: non è vero che esistono mestieri “per etnia”, ma esistono piuttosto concentrazioni settoriali determinate da reti migratorie, domanda locale di lavoro, barriere linguistiche e mancato riconoscimento dei titoli di studio.

Europa dell’Est nei servizi di cura e nel lavoro domestico, Nord Africa in edilizia e agricoltura, Asia meridionale in agricoltura e ristorazione, comunità cinesi nel commercio e nel manifatturiero tessile: quelle elencate non sono vocazioni o maggiori attitudini, ma percorsi di inserimento facilitati da contatti, regolarizzazioni settoriali e opportunità immediate.