Lavoratori sempre più anziani, aziende italiane in crisi: i settori più colpiti

L’età media dei lavoratori sale, i giovani mancano e le Pmi soffrono: il report Cgia fotografa un mercato del lavoro sempre più anziano

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

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Il mercato del lavoro italiano sta invecchiando rapidamente. Non è solo un dato anagrafico, ma una minaccia concreta alla produttività e alla tenuta del sistema produttivo, soprattutto per la sua spina dorsale: le piccole e micro-imprese. Lo afferma il nuovo report della Cgia di Mestre.

Nel 2024, l’età media dei lavoratori dipendenti del settore privato ha sfiorato i 42 anni, con un balzo di quattro anni rispetto al 2008. Oggi, un dipendente su tre ha superato i 50 anni. È il culmine di una tendenza inesorabile degli ultimi sedici anni, solo parzialmente attenuata da una stabilizzazione dal 2020.

La geografia dell’invecchiamento

La mappa del fenomeno disegna un’Italia a due velocità. Ai vertici delle province con la forza lavoro più anziana troviamo Potenza (43,63 anni), Terni (43,61) e Biella (43,53).

  1. Potenza – 43,63 anni;
  2. Terni – 43,61 anni;
  3. Biella – 43,53 anni;
  4. Massa-Carrara – 43,15 anni;
  5. Frosinone – 43,15 anni;
  6. Fermo – 43,09 anni;
  7. Alessandria – 43,06 anni;
  8. Cagliari – 43,06 anni;
  9. Prato – 43,03 anni;
  10. Avellino – 43,01 anni.

All’estremo opposto, le realtà più “giovani” sono Vibo Valentia (40,27), Aosta (40,07) e Bolzano (39,95).

  1. Bolzano – 39,95 anni;
  2. Aosta – 40,07 anni;
  3. Vibo Valentia – 40,27 anni;
  4. Trento – 40,34 anni;
  5. Sondrio – 40,57 anni;
  6. Nuoro – 40,64 anni;
  7. Ragusa – 40,71 anni;
  8. Barletta-Andria-Trani (BAT) – 40,86 anni;
  9. Crotone – 40,92 anni;
  10. Lecce – 41,05 anni.

A livello regionale, Basilicata, Molise e Umbria guidano la classifica dell’età media più elevata, mentre la Valle d’Aosta è la più giovane. Il Friuli Venezia Giulia, però, detiene un primato significativo: qui gli over 50 costituiscono il 35,7% del totale degli occupati, sintomo di un ricambio generazionale ormai inceppato.

  1. Basilicata – 42,93 anni;
  2. Molise – 42,65 anni;
  3. Umbria – 42,55 anni;
  4. Friuli-Venezia Giulia – 42,53 anni;
  5. Toscana – 42,43 anni;
  6. Liguria – 42,43 anni;
  7. Abruzzo – 42,41 anni;
  8. Lazio – 42,40 anni;
  9. Marche – 42,39 anni;
  10. Piemonte – 42,28 anni;
  11. Sardegna – 42,23 anni;
  12. Veneto – 41,82 anni;
  13. Emilia-Romagna – 41,80 anni;
  14. Lombardia – 41,70 anni;
  15. Sicilia – 41,62 anni;
  16. Campania – 41,58 anni;
  17. Puglia – 41,44 anni;
  18. Calabria – 41,33 anni;
  19. Trentino-Alto Adige – 40,13 anni;
  20. Valle d’Aosta – 40,07 anni.

Il boom degli over 50 e la fuga dei giovani

Il quadro territoriale si intreccia con un forte squilibrio generazionale. La fascia centrale e più strategica, quella tra i 25 e i 44 anni, è quella che ha registrato la contrazione percentuale più marcata negli ultimi sedici anni. Di contro, esplodono le coorti più anziane: +154,5% tra i 55 e i 59 anni e un impressionante +372% tra i 60 e i 64 anni. Questo boom è figlio dell’invecchiamento demografico e delle riforme che hanno allungato la vita lavorativa, ma anche di un preoccupante deficit di ingresso dei giovani.

E quando entrano nel mercato, le loro scelte penalizzano sistematicamente le Pmi. Preferiscono le grandi aziende, che, per la Cgia:

offrono percorsi di carriera più strutturati, con ruoli definiti, sistemi di valutazione, formazione interna e possibilità di mobilità orizzontale e verticale. Per un giovane, questo significa poter investire nel proprio capitale umano con maggiore prevedibilità dei rendimenti. Nelle piccole imprese l’apprendimento può essere intenso ma poco riconoscibile all’esterno e spesso legato a competenze molto specifiche, difficilmente trasferibili.

Perché per le Pmi questo è un problema

Per le piccole e micro-imprese, questo invecchiamento è un problema. Il rischio immediato è la carenza di manodopera, che erode la capacità produttiva e rende critico il presidio di ruoli chiave, specialmente tecnici e specializzati. Settori ad alta intensità di lavoro come edilizia, autotrasporto, logistica e manifatturiero guardano con crescente angoscia all’età media dei propri addetti. Quando muratori, camionisti o operai specializzati vanno in pensione, spesso non c’è nessuno a prenderne il posto.

Lo scarso ricambio porta con sé anche costi maggiori. Spiega il report:

una forza lavoro anziana è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese. Molti settori ad alta intensità di lavoro continuano a operare grazie alla disponibilità di manodopera straniera, ma fino a quando potremo ancora fare affidamento su questa risorsa?

I giovani, infatti, sembrano aver voltato le spalle a molti di questi mestieri, considerati fisicamente duri, poco gratificanti e con scarse prospettive. L’edilizia, che vive di competenze pratiche ed esperienza diretta, è un caso emblematico: ogni pensionamento non sostituito è una perdita secca di know-how e capacità produttiva.