Freddo sul lavoro, è stress termico per Inail e Ue: gli obblighi per le aziende

Tra rischi per la salute del lavoro a basse temperature e prevenzione secondo EU-OSHA e Inail. I compiti delle aziende

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Claudio Garau

Editor esperto in materie giuridiche

Laureato in Giurisprudenza, con esperienza legale, ora redattore web per giornali online. Ha una passione per la scrittura e la tecnologia, con un focus particolare sull'informazione giuridica.

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Lavorare in ambienti a bassa temperatura non è soltanto una questione di disagio, o di scarso comfort personale. L’esposizione prolungata al freddo rappresenta, infatti, un rischio concreto per salute, sicurezza e prestazioni lavorative. Lo hanno recentemente rimarcato le linee guida dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Eu-Osha) e numerosi studi scientifici internazionali.

Il freddo può compromettere le capacità fisiche e cognitive dei lavoratori, aumentare il rischio di infortuni e favorire l’insorgenza di patologie anche gravi, soprattutto se non viene gestito tramite una tempestiva e strutturata valutazione del rischio e con misure di prevenzione adeguate. Vediamo allora più da vicino le indicazioni dell’Agenzia e dell’Inail.

Quando un ambiente di lavoro è freddo secondo l’Agenzia europea

Le linee guida definiscono ambiente di lavoro freddo qualsiasi contesto in cui le condizioni climatiche o microclimatiche portano a una perdita di calore corporeo significativa. Si tratta di un calo in grado di alterare l’equilibrio termico dell’organismo.

Non è necessario trovarsi sotto zero. Problemi di salute e di performance possono manifestarsi già al di sotto dei 20 °C, mentre il rischio diventa più marcato sotto i 10 °C e critico sotto i 5 °C, specie in presenza di vento e umidità.

Queste condizioni sono caratteristiche di una pluralità di settori lavorativi sia all’aperto, come edilizia, pesca, agricoltura, manutenzione stradale, trasporti, logistica, sia al chiuso, in ambienti artificialmente refrigerati come magazzini frigoriferi, celle di stoccaggio o laboratori dell’industria alimentare e farmaceutica.

Stress termico sul lavoro, i fattori di rischio che fanno calare la temperatura interna

Il corpo umano mantiene normalmente una temperatura interna intorno ai 37 °C, essenziale per il corretto funzionamento di organi e processi vitali.

Il punto è che quando la dispersione supera la produzione di calore, la temperatura corporea inizia a diminuire, esponendo il lavoratore al rischio di ipotermia e di riduzione delle capacità fisiche e mentali.

L’Agenzia europea spiega che lo stress termico sul lavoro è una condizione generale in cui il corpo fatica a mantenere la sua temperatura interna. Si verifica un eccessivo squilibrio tra calore prodotto e calore scambiato con l’ambiente, scavalcando la capacità di termoregolazione.

Sono distinti i fattori incidenti sullo stress termico da freddo, che ogni azienda o datore di lavoro dovrebbe considerare.

Anzitutto, spiega l’Agenzia europea, ci sono i fattori ambientali tra cui, oltre la temperatura dell’aria, anche il vento che accelera la dispersione di calore, l’umidità o il bagnato, che riducono l’isolamento termico.

La stessa attività fisica del lavoratore – pensiamo all’operaio edile che lavora sul cantiere d’inverno – produce sudorazione, elevando il rischio di stress termico.

Ci sono poi alcune persone più vulnerabili per anzianità, scarsa massa grassa o specifiche patologie. Non solo. Anche stanchezza, disidratazione e alimentazione inadeguata sono fattori che peggiorano la capacità di mantenere il calore corporeo.

Destrezza manuale, le indicazioni dell’Agenzia Europea per evitare incidenti

La destrezza manuale diminuisce sensibilmente quando la temperatura cutanea delle mani scende sotto i 20 °C e diventa critica sotto i 15 °C.

Secondo lo standard ISO 11079, per lavorare in sicurezza — scongiurando il rischio di infortunio — le dita dovrebbero mantenere una temperatura superiore ai 24 °C. Il freddo riduce la forza muscolare e di presa, la coordinazione, la velocità di reazione, la sensibilità tattile e capacità di eseguire movimenti precisi.

Pensiamo ad esempio a un elettricista che lavora all’aperto a gennaio. A basse temperature, può avere difficoltà ad avvitare morsetti o maneggiare cavi sottili, aumentando il rischio di errori o scosse elettriche.

Le linee guida europee parlano di teoria della distrazione: il freddo sposta l’attenzione verso il disagio fisico e la termoregolazione, da un lato riducendo la capacità decisionale e dall’altro allungando i tempi di reazione e aumentando i possibili sbagli.

Studi internazionali confermano che il freddo aumenta concretamente il rischio di infortuni. In Spagna ad esempio è stato rilevato un aumento del 4% di incidenti in condizioni di basse temperature. Ma dati simili emergono anche in Italia e Australia.

Inoltre, la prassi ci indica che le lesioni da freddo risultano spesso più gravi e con assenze lavorative più lunghe. Inoltre, congelamento, lesioni, ipotermia e aumento del rischio cardiovascolare rappresentano problemi di salute legati alla sovraesposizione lavorativa al freddo.

La valutazione del rischio da freddo: i 3 livelli degli standard ISO

In base agli standard ISO, la valutazione del rischio da freddo si articola su 3 livelli:

  • l’osservazione prevede il coinvolgimento dei lavoratori, per individuare i pericoli evidenti;
  • l’analisi tecnica comporta, invece, l’utilizzo di indici come l’Ireq (isolamento richiesto dell’abbigliamento) e la durata limite di esposizione. La finalità è prevenire il raffreddamento progressivo del corpo umano;
  • la valutazione specialistica è effettuata con misurazioni approfondite per casi complessi, in modo da calibrare le misure alle specifiche condizioni microclimatiche del luogo di lavoro.

Le misure di prevenzione che le aziende dovrebbero adottare

In linea generale, Inail e Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro rimarcano l’essenzialità della prevenzione nelle aziende. C’è una gerarchia di interventi, ossia:

  • il ricorso a misure tecniche, come le barriere frangivento, i pavimenti isolanti, i meccanismi di controllo dell’umidità, le cabine chiuse riscaldate o gli utensili manuali con manici isolati;
  • l’applicazione di misure organizzative per il recupero termico, come i turni con pause in ambienti riscaldati, le esercitazioni di emergenza, la rotazione delle mansioni o la possibilità di autoregolare il ritmo di lavoro;
  • l’assegnazione ai dipendenti di dispositivi di protezione individuale – Dpi, come guanti protettivi, abbigliamento certificato EN 342, stratificato e traspirante o kit di pronto soccorso con coperte termiche.

Inail ricorda altresì che indumenti troppo stretti o umidi di sudore possono favorire il congelamento, invece che prevenirlo.

Va da sé che, in un contesto di cambiamento climatico che rende gli eventi freddi più estremi e imprevedibili, come con il recente vortice polare, l’adozione di Dpi adeguati, insieme a una formazione specifica dei dipendenti sulle spie dell’ipotermia, sono anch’essi aspetti chiave della strategia per tutelare sicurezza e salute sul lavoro.

Concludendo, nel lavoro al freddo c’è un tipico rischio professionale, che deve essere gestito con la stessa attenzione riservata ad altri fattori di rischio in azienda. Come detto, può compromettere le prestazioni fisiche e mentali e aumentare il rischio di incidenti sul lavoro (i recenti dati sui rider sono inequivocabili).

Quindi non va affatto sottovalutato dal datore che vuole garantirsi la produttività, rispettare la legge (paga l’azienda che non ha vigilato sulla sicurezza) e proteggere salute e performance della forza lavoro.