Finte partite Iva, in Italia 500mila freelancer lavorano come dipendenti

Quasi il 10% dei collaboratori in Italia ha un rapporto di lavoro più simile a quello di un lavoratore dipendente, ma privo di tutele

Foto di Matteo Runchi

Matteo Runchi

Editor esperto di economia e attualità

Redattore esperto di tecnologia e esteri, scrive di attualità, cronaca ed economia

Pubblicato:

Secondo uno studio dell’Inapp in Italia ci sarebbero quasi mezzo milione di partite Iva e di collaboratori che hanno in realtà un rapporto di lavoro molto più simile a quello di un dipendente. I loro “clienti”, in sostanza, sono più datori di lavoro, che possono decidere orari e incarichi.

Si tratta soprattutto di lavoratori del settore dei servizi. In media hanno una retribuzione più bassa rispetto a quella dei loro colleghi dipendenti e si sentono meno sicuri del proprio posto di lavoro rispetto ai lavoratori autonomi veri e propri.

In Italia ci sono quasi 500mila false partite Iva

Secondo il rapporto “Dipendenti o indipendenti? I diversi gradi di libertà del lavoro autonomo” pubblicato dall’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, in Italia circa 494mila collaboratori rientrerebbero nella definizione di “dipendent contractor“, vale a dire di collaboratori dipendenti.

Una categoria che nel nostro Paese viene spesso indicata anche con la dicitura “finte partite Iva“. Si tratta di collaboratori che, per le mansioni che svolgono e per il rapporto che hanno con il proprio cliente principale, sono in realtà assimilabili ai dipendenti.

Secondo il rapporto, questi lavoratori in media guadagnano meno delle loro controparti dipendenti, in aggiunta al fatto che sono privi di tutta una serie di tutele, come:

  • le ferie retribuite;
  • i periodi di malattia retribuiti;
  • il trattamento di fine rapporto;
  • l’indennità di disoccupazione (anche se per chi ha un contratto di collaborazione esiste la DisColl).

I settori più colpiti dal fenomeno

Secondo lo studio, il settore in cui in assoluto questo fenomeno è più presente è quello dei servizi. In particolare, il rapporto dell’Inapp ha individuato come categorie più colpite:

  • lavoratori dei call center;
  • lavoratori del settore delle consegne;
  • addetti alle pulizie;
  • addetti ai servizi alle imprese.

In maggioranza si tratta di giovani under 30 con una carriera che, a causa proprio di questo tipo di rapporti di lavoro, è molto discontinua. Il 56% inoltre dichiara di aver aperto una posizione da lavoratore autonomo esclusivamente per ottenere il posto di lavoro che sta ricoprendo.

Le conseguenze sui lavoratori

Le conseguenze di questo tipo di situazione sui lavoratori sono molte e rischiano di compromettere l’inizio della loro carriera lavorativa. Oltre a essere pagati di meno rispetto ai loro colleghi dipendenti, i “dipendent contractor” sono meno sicuri del loro futuro e risultano costretti a rimandare altre scelte di vita a un momento in cui la loro carriera sarà più stabile.

Questa condizione e la discontinuità della carriera che ne consegue, rischia inoltre in futuro di peggiorare la situazione previdenziale dei giovani “dipendent contractor” Natale Forlani, il presidente dell’Inapp, ha dichiarato a riguardo:

Il lavoro autonomo è profondamente cambiato negli ultimi vent’anni. È un aggregato complesso e differenziato, cui dedicare attenzione perché la sua dinamica rivela luci e ombre del nostro mercato del lavoro.