Significato e principi del fenomeno dello Slow Fashion

Scopri quali sono le caratteristiche dello Slow fashion, i suoi principi e in cosa consiste

Negli ultimi anni si sente tanto parlare di Slow fashion, ma a cosa fa riferimento? Quello che alcuni già definiscono il futuro dell’intero settore fashion, è nato come un trend preso in carico da diversi brand del settore moda particolarmente sensibili ai temi della sostenibilità ambientale ma ora sta diventando sempre più spesso lo standard a cui aspirare.

Si parla per la prima volta di “moda lenta” nel 2007, quando la consulente di design sostenibile Kate Fletcher ha usato queste parole per definire il tipo di produzione e di consumo di abbigliamento in base ai principi del movimento “slow food” (il contrario del cibo spazzatura del fast food).

Quindi lo Slow fashion cos’è? Anche in questo caso è un opposto, un concetto che vuole scardinare il consumismo crescente che permea anche l’ambito della moda, soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi e i valori. Infatti la moda che cambia, in continuazione, usa e getta degli ultimi decenni, produce tante collezioni che vengono soppiantate dalle nuove in breve tempo, sfruttando la manodopera a basso costo nei paesi come Cina, Pakistan o Bangladesh.

Per questo motivo, non si tratta di una tendenza, ma di un approccio consapevole e saggio alla moda che molti brand stanno adottando sempre più spesso, che considera anche aspetti quali la salvaguardia ambientale e il miglioramento delle condizioni lavorative di chi produce capi e accessori.

Il motivo ha molto a che fare con la sempre crescente responsabilizzazione dei consumatori, quindi la domanda si sta spostando verso capi che abbiano una storia di eticità e correttezza. Le aziende, quelle che possono investire, stanno recependo questi cambiamenti e si adattano di conseguenza (quando non sono guidati da una leadership fortemente votata a questi temi).

Senza dimenticare i numeri catastrofici riguardanti l’inquinamento, lo spreco di risorse naturali e lo sfruttamento del lavoro (compreso quello minorile): questi problemi sono sempre più noti perchè le fonti di informazioni sono molto più ampie di qualche decennio fa.

I principi dello Slow fashion

Il consumatore che vuole avere un impatto positivo sull’ambiente, rispettandone i cicli naturali ma voglia anche valorizzare le persone, dando al loro lavoro il giusto valore, segue alcuni principi di slow fashion che poi hanno fatto propri anche le aziende. Innanzitutto alla base dello Slow fashion c’è la consapevolezza di sè stessi e delle proprie necessità: se qualcosa non serve, è inutile acquistarla. Se il proprio corpo ha determinate caratteristiche, non ha senso forzarlo ad entrare in un capo che non lo valorizza solo per moda.

Anche la qualità è un concetto importante per lo slow food: così come per gli ingredienti dei prodotti alimentari, perchè non badare a dove e come è stato prodotto un capo di abbigliamento? Acquistare da produttori locali o artigiani può sostenere realtà che da generazioni fanno della qualità uni dei principi trainanti il business.

Slow fashion ha a che fare molto con la consapevolezza di ciò che è utile e cosa no. Lo shopping impulsivo non ha nulla di consapevole alla base, perchè il prodotto acquistato spesso non viene nemmeno indossato così spesso. Meglio prendersi cura dei vestiti che già sono nell’armadio, acquistando solo i capi che davvero mancano e servono.

L’utilizzo dell’abbigliamento va incontro ad usura, ma spesso molti capi che diamo per scontato siano da buttare in realtà si possono utilizzare ancora con il riciclo o semplicemente riparandolo. Il recupero è un concetto molto importante, perchè evita sprechi e il riutilizzo di capi per necessità diverse. Se un capo però non sta più bene e non viene più indossato, piuttosto che buttarlo è meglio dargli una nuova vita vendendolo o regalandolo a chi ha più bisogno.

Abbigliamento Slow fashion: per l’ambiente e le persone

I capi di abbigliamento Slow fashion sono realizzati in modo etico e responsabile, sia per quanto riguarda i materiali, che i processi di lavorazione che le condizioni di lavoro dei professionisti. Sono pensati per durare il più possibile e non il tempo di una stagione di moda, vengono lavorati da una manodopera pagata in maniera equa e sono realizzati con materiali di qualità ed ecosostenibili. Scegliendo la Slow fashion non si acquista solo un vestito, ma si decide di acquistare di meno con maggiore qualità avendo la certezza di una durata più lunga. Ovviamente questo non vuol dire che i brand che hanno abbracciato questo approccio di produzione non badino ai trend di moda, anzi, tutto il contrario.

La sostenibilità, che è filo comune di tutti i brand che scelgono lo Slow fashion come approccio, è però legata anche a delle pratiche trasparenti nel trattamento della propria forza lavoro, alla quale le aziende devono garantire una paga adeguata. A renderlo possibile, in questo caso, è il fatto di assumere dipendenti che lavorano nell’immediata prossimità della sede. Questo elimina la necessità di appaltare la produzione in paesi esteri dove il costo del lavoro è minore ed è molto più basso anche il rispetto dei diritti umani degli operai.

Altra problematica del Fast fashion, che invece lo Slow fashion vuole andare e risolvere, è quella della mancanza di inclusività nell’ambito delle taglie. Per questo molti marchi nel mondo stanno adottando una produzione made-to-order che realizza cioè capi di abbigliamento e accessori come le scarpe adeguandosi alle forme dei propri clienti e offrendo, nel caso, un ulteriore servizio su misura per soddisfare ogni desiderio.

I brand di Slow fashion in Italia e nel mondo

Dalla pandemia globale stanno emergendo opportunità che sono state colte soprattutto dai nuovi brand, capaci di farsi notare dal mondo tramite i social e un approccio sostenibile applicata all’intera catena produttiva. La filosofia che contraddistingue tutte queste new entry punta su un business made to order“, ovvero la produzione non prevede sprechi perché i pezzi non vanno in produzione fin quando non vengono acquistati.

Lo aveva già fatto un marchio di lusso come la pioniera Stella McCartney, ma oggi anche i campioni del low cost come Asos, Zara e H&M stanno realizzando intere collezioni alla moda ecosostenibile, prodotta con fibre naturali attraverso una filiera protetta, per minimizzare gli sprechi, l’inquinamento e lo sfruttamento dei lavoratori.

Come anticipato, Stella McCartney ha lanciato la sua luxury label nel 2011 con l’obiettivo di offrire capi super alla moda ma prodotti senza derivati animali. Il risultato è stato lo shaggy deer, un tessuto dell’It Bag Falabella che sembra camoscio ma non lo è. Tutti i capi e gli accessori della sua linea di moda ecosostenibile sono realizzati con fibre naturali o sintetiche.

Ci sono però anche dei brand italiani che da più di 20 anni si sono cimentati nella realizzazione di capi sostenibili, scarpe comprese. É il caso di Philippe Model, un brand di calzature italiano, da sempre pioniere nel campo della moda ecosostenibile, che ha presentato per la primavera estate 2021 Lyon, una sneaker a basso impatto ambientale che utilizza materiali animal-free, riciclati e bio-based (ecopelle in fibre di mais, il cotone organico e il poliestere riciclato).

Il brand oggi molto commerciale Patagonia, specializzato in abbigliamento tecnico outdoor, sta ora diventando uno dei brand sostenibili più fashion grazie ai suoi piumini eco friendly con imbottitura la cui piuma è 100% tracciabile. La loro realizzazione si allontana completamente dalla crudele pratica della spiumatura, ne prende le distanze, garantendo l’equo trattamento degli animali.

Perché scegliere una moda etica e responsabile dello Slow fashion

Acquistare capi realizzati da brand che hanno adottato lo Slow fashion come approccio etico e responsabile permette al consumatore di rendersi partecipe attivo di un cambiamento che parte dalle piccole abitudini ma può provocare un gigantesco miglioramento delle condizioni del pianeta. Contrariamente a quanto crede chi ancora desiste dall’adottare questa pratica, anche l’economia ne beneficerebbe, visto che le aziende produttrici non dovrebbero optare per una delocalizzazione dei propri stabilimenti.

Del resto i numeri dei danni nei confronti della terra sono impressionanti: l’industria della moda causa il 20% dello spreco globale di acqua (la lavorazione di un paio di jeans assorbe 11 mila litri di acqua) e provoca il 10% delle emissioni di anidride carbonica. I capi di abbigliamento sono realizzati perlopiù in cotone, materiale per la cui coltivazione viene utilizzato il 24% di insetticidi e l’11% di pesticidi su scala mondiale.

Legato all’inquinamento c’è anche il mancato riciclo dell’abbigliamento che viene puntualmente buttato prima di considerare l’idea di un recupero. Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo l’1% viene dei capi di abbigliamento riciclato, mentre l’85% finisce in discarica. Proprio questa Fast fashion a basso costo è tra i fattori che hanno causato di discariche cielo aperto negli oceani, delle isole di rifiuti vergognose. La più nota è la “Great Pacific Garbage Patch”, nell’Oceano Pacifico, la cui estensione si stima vada dai 700.000 km² ai 10 milioni di km².

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