Ottobre 2025 tra i più caldi di sempre, si risparmia sulle bollette ma non sul cibo

I dati di Copernicus confermano l’accelerazione del cambiamento climatico: inverno a rischio, bollette in calo ma raccolti in crisi

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

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Sono arrivati i dati di Copernicus per ottobre 2025 e, proseguendo un trend, non sono positivi. Questi infatti raccontano di un ritmo accelerato del cambiamento climatico. Secondo il report, il 2025 sarà quasi certamente il secondo o il terzo anno più caldo mai registrato, alla pari con il 2023, attualmente secondo anno più caldo, dietro al 2024, che ha raggiunto il record come l’anno più caldo mai registrato.

Proprio per via dei dati simili a queste due annate, si può prevedere la spesa media delle bollette al ribasso, ma anche gravi conseguenze su altri settori. Da una parte l’agricoltura, che rischia fioriture anticipate e perdite di raccolto; dall’altra, la poca piovosità potrebbe comportare un maggiore e anticipato rischio di siccità. Se negli scorsi anni il fenomeno si è presentato intorno a febbraio, il timore degli esperti è che si anticipi sempre di più, facendo di fatto scomparire non soltanto la primavera, ma anche gli inverni freddi, fondamentali per il ciclo naturale.

Continua ad aumentare la temperatura media

I dati del Copernicus Climate Change Service evidenziano come ottobre 2025 sia stato il terzo mese più caldo mai registrato a livello mondiale. In tutto il mondo è stata rilevata una temperatura media dell’aria di +0,70 °C rispetto alla media di ottobre 1991-2020. Proseguendo così, il 2025 sarà con ogni probabilità il secondo o terzo anno più caldo mai registrato. Sempre secondo gli esperti, i dati riflettono un ritmo accelerato del cambiamento climatico.

Anche se non abbiamo ancora i dati conclusivi del 2025, l’inverno 2025-2026 rischia di essere tra i più caldi mai registrati, almeno nella top 3 con le temperature più alte.

L’Iea, nel rapporto “Indicatori politici sulla resilienza climatica”, spiega come in Italia la temperatura media annuale sia aumentata di 1 °C negli ultimi 100 anni, segnando una vera e propria accelerazione negli ultimi cinquanta. Secondo lo studio, è molto probabile che la temperatura media annua in Italia continui ad aumentare, causando un incremento del numero di giorni estivi e di notti tropicali. Allo stesso tempo, la piovosità è diminuita: dal 1800 al 2011 le precipitazioni sono calate del 19% in estate e del 25% in autunno al Nord, mentre al Sud i cali maggiori si sono verificati in primavera (-22%) e in inverno (-12%).

Come sarà l’inverno 2025-2026

Nessuno ha la palla di vetro per sapere con certezza come sarà l’inverno 2025-2026, ma i dati delineano una situazione già piuttosto critica. Secondo Mario Giuliacci, meteorologo esperto, le temperature invernali italiane sono aumentate di circa 2 °C negli ultimi trent’anni.

Il cambiamento ha spinto in alto la quota neve, oggi situata intorno ai 300-500 metri, rendendo le nevicate in pianura un evento sempre più raro. Secondo l’esperto, quest’inverno non sarà particolarmente freddo né troppo nevoso o piovoso, come alcune analisi lasciano intendere o sperare.

La presenza di venti freddi riuscirà solo in parte a raffreddare quella che sarà, sempre secondo Giuliacci, una stagione tiepida e poco nevosa, ma leggermente più fresca rispetto all’inverno 2024-2025.

Bollette del gas in calo

Un aspetto positivo del cambiamento climatico c’è, almeno con il portafoglio alla mano. Con gli inverni più caldi diminuisce infatti la spesa per il riscaldamento domestico e degli ambienti pubblici. Anche senza i dati 2025-2026, confrontando le temperature medie si può tornare all’inverno 2023-2024: una delle annate più calde mai registrate, tanto che la domanda netta di gas è risultata in diminuzione del 10% rispetto al 2022.

Arera aveva segnalato che per il 2024 c’era stata una lieve ripresa, con un aumento minimo della domanda, cosa che potrebbe accadere anche nel 2025, leggermente più fresco del 2023. In entrambi i casi, comunque, si può confermare che la diminuzione della domanda di gas si traduce in minori consumi e quindi in una riduzione della spesa per il riscaldamento delle famiglie e del settore terziario.

È vero però che il risparmio non è automatico: i prezzi restano spesso allineati o superiori alla media per via delle condizioni geopolitiche. In Italia, nel 2025, la percezione di spendere di più potrebbe derivare dall’aumento del costo della vita, non bilanciato da politiche economiche strutturali.

Inverni più caldi: gli aspetti negativi

Tra gli aspetti negativi non c’è soltanto quello di non poter tirare fuori dall’armadio quella giacca invernale comprata anni fa e mai usata. Purtroppo, gli inverni caldi hanno conseguenze gravi sull’ambiente, in particolare nell’area mediterranea. L’Italia, infatti, ha molto da proteggere. Coldiretti negli anni ha denunciato gli inverni sempre più caldi, con il rischio di risvegliare piante e animali prima del tempo per via di quella che per loro è una “finta primavera”.

Uno degli esempi portati da Coldiretti è la situazione delle api: si risvegliano in anticipo, escono dagli alveari, ma rischiano di morire di freddo per via dell’alterazione delle temperature invernali. La situazione delle api è considerata un indicatore dello stato di salute dell’ambiente, ma anche un campanello d’allarme per il caldo fuori stagione.

Il caldo anomalo sconvolge le coltivazioni: da una parte provoca fioriture anticipate e quindi raccolti minori e frutta e verdura di dimensioni ridotte; dall’altra, l’assenza o la diminuzione della pioggia comporta un maggiore rischio di siccità per la stagione più calda, dalla primavera all’autunno.

Inflazione alimentare più alta dell’inflazione media

Il quadro non è dei migliori, soprattutto considerando che i prezzi del cibo sono già aumentati rispetto a uno o due anni fa. Alla fine di ottobre 2025, la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ha visitato il mercato di Sant’Ambrogio a Firenze e ha discusso dell’inflazione alimentare, spiegando che i prezzi restano più alti dell’inflazione media, oggi al 2%.

Negli ultimi dieci anni, secondo i dati Istat, l’aumento generale dei prezzi alimentari è del +22%, con alcuni prodotti che costano quasi il doppio. Tra gli alimenti che ne hanno risentito di più troviamo:

  • mele +33%;
  • cavoli +50%;
  • pomodori +55%;
  • patate +60%;
  • pesche +65%.

Da una parte i salari fermi, dall’altra i cambiamenti climatici che riducono o distruggono i raccolti e, infine, l’inflazione dovuta a crisi geopolitiche che non hanno un effetto immediato. Alla fine, il risparmio sulla bolletta del gas sembra non essere più così conveniente.