Legge per salvare la natura entro il 2030, è in arrivo ma servono milioni di euro

Il Senato avvia le audizioni sul decreto legislativo. WWF e Lipu avvertono che senza fondi certi gli obiettivi al 2030 sono a rischio fallimento

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

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Il 17 giugno 2024 è stata approvata in sede europea la Nature Restoration Law, ovvero il Regolamento per la tutela dell’ambiente, parte del più grande piano europeo per il clima che prende il nome di “Green Deal”. A distanza di quasi due anni, anche l’Italia si prepara ad accogliere il regolamento per il ripristino della natura.

Oggi il testo è in discussione alla Commissione Ambiente del Senato, che ha chiamato esperti, scienziati, ricercatori e associazioni per dare pareri e indicazioni utili a stilare il decreto legislativo e mettere in pratica gli obiettivi decisi a Bruxelles. L’Italia ha tempo fino al 2030 per ripristinare il 20% delle aree terrestri e marine e almeno il 30% degli habitat in cattivo stato di conservazione.

Nel regolamento europeo gli obiettivi aumentano ogni dieci anni, per arrivare al 90% del ripristino entro il 2050. Quanto costerà questa operazione è quasi impossibile da stimare, soprattutto per via della complessa rete di fenomeni che legano gli habitat terrestri e marini, senza escludere che il conto cresce a ogni peggioramento dei dati ambientali. Si parla però di centinaia di milioni di euro, ma è una stima destinata a crescere.

L’Italia si prepara per il ripristino della natura

Lo scorso 10 febbraio, WWF Italia e Lipu hanno risposto all’iniziativa del Governo di partecipare al primo tavolo di ascolto degli esperti in merito al recepimento del Regolamento europeo sul ripristino della natura, la Nature Restoration Law.

Di per sé il regolamento europeo è un primo passo che impone obiettivi concreti e misurabili per il recupero degli ecosistemi degradati. È una norma di portata storica per la tutela della biodiversità europea e l’Italia può fare la sua parte traducendo gli obiettivi in interventi sugli ecosistemi terrestri, marini, fluviali, forestali e agricoli di tutto il territorio nazionale.

Cosa chiede il Regolamento

Tecnicamente si chiede di ripristinare gli ambienti naturali:

  • il 20% delle aree terrestri e marine e il 30% degli habitat entro il 2030;
  • il 60% nel 2040;
  • il 90% entro il 2050.

Vi rientrano le aree protette, ma anche le foreste disboscate, i fiumi deviati, le zone umide prosciugate, i suoli e i fondali marini degradati. Si tratta di salvaguardare non solo l’ambiente, ma anche chi di ambiente vive. L’Italia è un Paese turistico anche per le sue bellezze naturali, molte realtà economiche sopravvivono grazie agli scrigni della biodiversità che parti del territorio custodiscono.

Senza contare come il ripristino possa garantire ancora sostentamento a chi coltiva terreni sempre più fragili o a chi pesca in maniera sostenibile, opponendosi a tipologie che danneggiano gli ambienti marini. Ma questi sono solo due esempi di come il territorio italiano e la natura che lo abita siano direttamente collegati all’economia e alle comunità.

Quanto costerà l’iniziativa ambientale?

Se da una parte accolgono soddisfatte questo primo passo del Governo, attraverso i loro canali di comunicazione, dall’altra le due organizzazioni hanno espresso preoccupazione per l’assenza di risorse finanziarie destinate all’attuazione di questi obiettivi di ripristino.

Scrivono che, senza finanziamenti adeguati, l’Italia rischia di non rispettare gli impegni assunti in sede europea entro il 2030. Ma soprattutto:

Le risorse per la natura sono un investimento nel futuro del Paese: gli ecosistemi sani sono alla base dei servizi essenziali per la vita umana, come acqua pulita, aria respirabile, suoli fertili, protezione dalle alluvioni; ogni anno di ritardo aumenta il costo del ripristino e riduce le possibilità di successo.

Al momento lo schema di decreto legislativo all’esame degli esperti si limita a disciplinare la governance del regolamento, ma non chiarisce ancora i punti di attuazione e di quante risorse necessitino. Come ricordano WWF e Lipu, mancano meno di cinque anni al 2030 e alla prima grande scadenza degli obiettivi europei di ripristino. Quindi, scrivono: “Non c’è tempo da perdere”.