Ricevi una PEC da un avvocato. Oppure una raccomandata in cui viene richiesto il pagamento di una somma per un presunto danno. Nel testo c’è la richiesta di risarcimento danni e si fa riferimento a responsabilità, fatture, perizie o spese da rimborsare.
“Se ricevo una richiesta di risarcimento, devo già preoccuparmi come se fossi in causa?” No. Nella maggior parte dei casi una richiesta di risarcimento danni non significa essere già citati in giudizio. Si tratta di una pretesa stragiudiziale con cui l’altra parte sostiene di aver subito un danno e chiede il pagamento senza aver ancora avviato una causa.
Il giudizio civile inizia se la domanda viene portata davanti al giudice con un atto introduttivo formale, di regola la citazione in giudizio (atto di citazione), notificato alla controparte.
Indice
Richiesta di risarcimento danni: cosa significa se qualcuno ti chiede di pagare
Una richiesta di risarcimento danni è una pretesa economica.
Il mittente sostiene di aver subito un danno e chiede il pagamento di una somma per compensarlo. È il momento in cui una parte espone i fatti e formula una richiesta di danni dicendo:
“Ritengo che tu sia responsabile di un danno e ti chiedo di pagare prima di rivolgermi al giudice”.
Questo, però, non significa che il danno esista già in senso giuridico o che la responsabilità sia accertata. Significa solo che una parte avanza una pretesa, se la vicenda arriva davanti al giudice, il danno dovrà essere allegato e provato.
Questa pretesa risarcitoria può avere fonti diverse. Se il danno deriva da un contratto, ad esempio una prestazione non eseguita correttamente o un obbligo non rispettato, la richiesta si fonda sulla responsabilità contrattuale (art. 1218 c.c.), che obbliga chi non adempie a risarcire il danno causato all’altra parte.
Se, invece, il danno nasce da un comportamento illecito, ad esempio un incidente stradale, un danno a beni o a una persona, il riferimento è la responsabilità extracontrattuale (art. 2043 c.c.), secondo cui chi provoca ad altri un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo.
Però, chiedere il risarcimento non basta. Se non si trova un accordo, chi agisce deve dimostrare i fatti da cui nasce la responsabilità, l’esistenza del danno e il collegamento tra quel fatto e il pregiudizio lamentato.
La richiesta di pagamento del danno si colloca nella fase stragiudiziale, cioè esterna al processo, perché chi si ritiene danneggiato prova a ottenere il pagamento senza avviare subito il giudizio.
La pretesa può arrivare in diversi modi. Può scrivere direttamente il danneggiato, può intervenire un avvocato che ricostruisce i fatti e quantifica la somma richiesta, oppure la richiesta danni può provenire da una compagnia assicurativa, ad esempio dopo un sinistro stradale.
Nella pratica queste comunicazioni vengono spesso inviate tramite PEC o raccomandata con avviso di ricevimento, per lasciare una traccia formale della richiesta di pagamento.
Quando una richiesta di risarcimento diventa una causa civile?
La soglia si supera quando il danneggiato porta la pretesa davanti al giudice con una domanda giudiziale.
Nel processo civile ordinario, la domanda si propone di regola con atto di citazione (art. 163 c.p.c.) con cui si chiede al tribunale di decidere la controversia. L’atto di citazione non si limita a chiedere il pagamento del danno: individua il giudice, le parti, i fatti posti a fondamento della domanda e avverte il convenuto che deve difendersi entro i termini del processo.
In altri casi previsti dal codice di rito, il procedimento si instaura con ricorso, come accade nei procedimenti cautelari urgenti ex art. 700 c.p.c., quando si chiede un intervento immediato per evitare un pregiudizio imminente e irreparabile.
Va ricordato che il danneggiato non è obbligato a tentare prima una richiesta stragiudiziale, in molti casi può scegliere di rivolgersi direttamente al giudice e avviare subito la causa.
| Situazione | Chi paga / chi risponde |
|---|---|
| Mancata manutenzione ordinaria | Inquilino |
| Impianto vecchio o non a norma | Proprietario |
| Guasto imprevedibile | Da valutare caso per caso |
| Incidente con danni a terzi | Custode dell’impianto (art. 2051 c.c.) |
| Mancata revisione documentata | Rischio responsabilità + possibile esclusione assicurativa |
Anche il modo in cui l’atto arriva aiuta a capirlo. Una semplice PEC dell’avvocato o una raccomandata possono restare atti stragiudiziali. Un vero atto giudiziario, invece, si riconosce di solito anche dalla notifica formale: se arriva per posta, spesso passa tramite il circuito degli atti giudiziari, che usa buste e avvisi di ricevimento verdi.
Diffida, messa in mora e richiesta di risarcimento: che differenza c’è
Nel diritto queste locuzioni indicano atti con funzioni diverse.
La richiesta di risarcimento, come detto, è la pretesa, con questa comunicazione il danneggiato espone i fatti e chiede il pagamento del danno.
La diffida o messa in mora, invece, serve a intimare formalmente l’adempimento di un’obbligazione.
L’art. 1219 c.c., stabilisce che:
“Il debitore è costituito in mora quando il creditore gli chiede formalmente di adempiere alla propria obbligazione”.
La mora indica il ritardo nell’adempimento: da quel momento il debitore è considerato formalmente in ritardo e risponde anche delle conseguenze di quel ritardo.
La messa in mora produce delle conseguenze rilevanti:
- costituisce formalmente il debitore in mora, con effetti sulla responsabilità per l’inadempimento;
- può far decorrere interessi moratori sulle somme dovute
- interrompe la prescrizione del diritto al risarcimento.
Non tutte le richieste di risarcimento, però, costituiscono il debitore in mora. Perché ciò avvenga è necessario che la richiesta sia chiara, specifica e rivolta al debitore, cioè che contenga un’intimazione effettiva di adempiere.
Per questo, l’ avvocato spesso procede con una diffida e formale lettera di messa in mora prima di avviare un’azione giudiziaria, non solo per chiedere il pagamento, ma anche per produrre questi effetti giuridici e fissare con precisione la posizione delle parti prima di un eventuale processo.
Come riconoscere se il documento ricevuto è una richiesta di risarcimento o un atto di citazione
La differenza non dipende dal tono della lettera o dalla somma richiesta, ma dalla struttura dell’atto.
L’ atto di citazione ha una forma precisa prevista dal codice di procedura civile (art. 163 c.p.c.) e contiene alcuni elementi essenziali:
- l’indicazione del tribunale competente;
- l’identificazione delle parti;
- l’esposizione dei fatti su cui si fonda la domanda;
- la domanda rivolta al giudice;
- la data dell’udienza;
- l’invito a costituirsi in giudizio entro i termini previsti dalla legge.
Quando questi elementi non sono presenti, il documento ricevuto è normalmente una comunicazione stragiudiziale, con cui viene formulata una richiesta di pagamento o una contestazione del danno.
Cosa succede se ignori una richiesta di risarcimento: cosa conviene fare?
Ignorare una richiesta di risarcimento raramente fa sparire il problema. Più spesso produce l’effetto opposto, spinge la controparte a portare la domanda davanti al giudice con un atto di citazione. La fase stragiudiziale serve proprio a evitare questo passaggio. È il momento in cui si possono contestare i fatti, chiedere prove, ridiscutere la quantificazione del danno o avviare una trattativa. In molti casi le controversi si chiudono qui, anche attraverso accordi transattivi, come il saldo e stralcio, una soluzione che consente di ridurre l’importo richiesto e chiudere la vicenda senza il processo.