Non solo petrolio, come Cina e Russia hanno rivoluzionato il mercato globale del grano

I conflitti in corso in Ucraina e Medio Oriente hanno fatto la fortuna delle potenze che hanno saputo profittare della crisi della globalizzazione. Anche e soprattutto nell'export di derrate alimentari, cereali in primis

Foto di Maurizio Perriello

Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

Pubblicato:

La guerra in Medio Oriente ha confermato ciò che già il conflitto in Ucraina aveva certificato agli occhi del mondo: tra le armi utilizzate, ci sono anche energia e flussi di materie prime. Prodotti alimentari inclusi. Il grano e i cereali, più di tutti, sono entrati prepotentemente nel gioco geopolitico tra potenze. Lasciando il maggior prezzo da pagare ai Paesi meno sviluppati e a quelli che dipendono dall’export di derrate.

Nel 2026 due imperi su tutti stanno vincendo la “guerra del grano”: Cina e Russia. La prima è arrivata a controllare il 45% delle scorte mondiali del cereale più consumato. La seconda si è confermata leader globale delle esportazioni, incrementando in termini di volume e influenza.

Russia leader mondiale dell’export di grano

Quattro anni di guerra sono poca cosa per un impero come la Russia, per quanto frammentato e indebolito possa apparire all’esterno. Chiusa la porta dell’Europa come sbocco dei flussi energetici, a Mosca si sono spalancati i corridoi asiatici che hanno visto nella Cina il nuovo grande acquirente di gas e petrolio. Un risvolto tattico vantaggioso, che cela però una dipendenza strategica nei confronti del Dragone.

C’è però un altro settore in cui il Cremlino ha primeggiato con profitto. I russi hanno infatti consolidato il primato delle esportazioni di grano, con il 16% del totale mondiale. Un enorme mole di carichi alimentari che, nonostante guerre e sanzioni, continuano a fluire soprattutto verso Africa e Asia. Cioè i continenti più contesi del pianeta, la cui crescente domanda di cibo rappresenta un grande viatico di influenza e penetrazione da parte di potenze come la Russia.

Dal giorno dell’invasione dell’Ucraina, le vendite di grano russo (soprattutto duro) sono aumentate in maniera esponenziale in Arabia Saudita (+1758%), Kazakhstan (+303%), Pakistan (+315%), Kenya (+115%), Brasile (+732%), Cina (+190%) e Turchia (+22%). Quest’ultima, in particolare, rappresenta il secondo bacino delle vendite cerealicole della Federazione (4,8 milioni di tonnellate) subito dopo Egitto (8,5 milioni di tonnellate) e prima di Arabia Saudita (2 milioni di tonnellate).

E l’Ucraina? Gli effetti su Europa e Italia

Oltre agli idrocarburi, l’avversione degli Stati Uniti alla Russia ha inevitabilmente coinvolto anche i satelliti europei. Dopo un’impennata delle importazioni di cereali dalla Russia nel primo biennio di guerra, l’Ue ha bloccato i flussi nel giro di poche settimane. Una mossa impossibile da attuare se non si fosse ovviato all’emergenza in modi poco “puliti”.

Nonostante le barriere commerciali, in Europa sono infatti continuate a confluire grandi quantità di cereali russi tramite triangolazioni delle spedizioni con Paesi terzi come Turchia e Kazakistan, rispettivamente con +601% e +85% rispetto alla media dei cinque anni precedenti. I due Stati hanno così colto al volo l’opportunità di arricchimento e aumento di influenza nei rispettivi quadranti geopolitici. Riproponendo il medesimo schema utilizzato anche per l’aggiramento delle sanzioni occidentali contro il Cremlino.

Nei fatti, l’Unione europea si è rivelata salvifica per la tenuta delle esportazioni dell’Ucraina, su impulso statunitense per sostenere gli sforzi di Kiev. Con la delusione (per non dire rabbia) di Paesi come Polonia e Francia che hanno dovuto sacrificare parte della produzione interna. Il Paese invaso ha visto crescere l’export di grano tenero di ben il 386%.

La media annua è passata da meno di un milione di tonnellate a oltre 4,4 milioni di tonnellate dopo quattro anni di conflitto. Come prevedibile, la pressione dei cereali ucraini ha però indebolito il mercato interno e spinto l’Europa a riattivare i dazi commerciali al superamento dei contingenti concordati. In questo scenario l’Italia, storico cliente di Mosca, si è confermata il secondo maggiore acquirente europeo di grano ucraino dopo la Spagna.

La Cina controlla il mercato del grano attraverso l’accumulo

Non sempre però chi produce e vende è anche chi guadagna di più. Questo principio vale nell’economia come nella geopolitica, soprattutto se parliamo di grandi potenze. In tal senso la vera vincitrice della “guerra del grano” diventa la Cina, che dal 2015 al 2026 ha aumentato le proprie riserve di grano da 62,7 milioni di tonnellate a 151 milioni. Un balzo del 141% nell’arco di appena dieci anni.

La strategia cinese ha un duplice scopo: garantire derrate sufficienti a sfamare un miliardo e mezzo di persone e, parallelamente, imporsi come centro economico e commerciale di tutti i Paesi scontenti della gestione americana della globalizzazione. La Russia è diventata il socio di minoranza del sodalizio con Pechino anche perché esporta grandissime quantità di grano verso il mercato cinese. Pagate però a rate, a prezzo scontato e in yuan.

In uno scenario in cui Russia e Cina accumulano, ci sono altre nazioni che invece sono in fase di rafforzamento delle riserve di cereali. Stati Uniti e India sono tra queste: i primi segnano un +63% rispetto al 2002-2023, mentre la seconda il +19%. Lo sforzo di tenersi al passo è evidente, ma Orso e Dragone appaiono in netto vantaggio.