Volkswagen torna a parlare di tagli al personale e di una riorganizzazione più profonda del gruppo. Il tema è riemerso dopo le dichiarazioni dell’amministratore delegato Oliver Blume, che in un’intervista interna pubblicata sull’intranet aziendale ha indicato per la prima volta la possibile portata dei tagli. Secondo quanto riportato dall’agenzia tedesca Dpa e ripreso da Der Spiegel, senza una riduzione dei costi del lavoro il gruppo potrebbe arrivare a circa 50mila posti di lavoro in meno a livello globale. La cifra rientrerebbe nel progetto di riportare i costi amministrativi, infrastrutturali e di supporto all’attività principale su livelli considerati più competitivi. Negli ultimi giorni si sono susseguiti annunci e indiscrezioni su razionalizzazione dei modelli, possibili chiusure di stabilimenti, riduzione degli investimenti e revisione della capacità produttiva. Elementi che hanno alimentato incertezza intorno al futuro del gruppo e alla tenuta occupazionale.
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Volkswagen, l’annuncio sui nuovi licenziamenti
Oliver Blume ha indicato che, senza interventi sui costi del lavoro, i tagli potrebbero raggiungere circa 50mila posti nel mondo. La cifra si inserisce in un piano più ampio di revisione dei costi, con l’obiettivo di rendere il gruppo più efficiente e più competitivo. Volkswagen impiega oggi circa 657mila persone a livello globale. Secondo quanto emerso, una parte della riduzione è già stata avviata. Circa 28mila lavoratori avrebbero accettato di lasciare Volkswagen nell’ambito di un’azione già comunicata, finalizzata a ridurre di 50mila unità l’organico del gruppo entro il 2030.
Altre indiscrezioni, attribuite a Manager Magazin, parlano di un piano ancora più ampio, con una possibile riduzione fino a 100mila posti nei prossimi anni. Su questo punto Volkswagen non ha confermato i dettagli, limitandosi a ribadire che il gruppo “deve subire un profondo cambiamento”.
Le parole di Oliver Blume sui costi
Le nuove indicazioni sembrano più dure rispetto ad alcune dichiarazioni precedenti dello stesso Blume. In un’intervista alla Bild am Sonntag, l’amministratore delegato aveva sostenuto che esistono “soluzioni più intelligenti” della chiusura degli stabilimenti. Aveva inoltre ricordato che il gruppo, nel 2025, è riuscito a migliorare i costi di produzione in Germania in media del 20%, definendo il risultato un “notevole progresso”. Aveva però chiarito anche la ragione della nuova fase di austerità. “I nostri prodotti sono molto popolari, semplicemente non ne ricaviamo abbastanza”, ha spiegato. Da qui la necessità, secondo il manager, di continuare a ridurre i costi “in ogni ambito”.
Il problema indicato riguarda quindi la redditività. Volkswagen vende prodotti richiesti dal mercato, ma il margine generato da una parte della gamma non sarebbe sufficiente rispetto ai costi industriali e organizzativi sostenuti.
La riorganizzazione di Volkswagen
La riorganizzazione non riguarda solo il personale. Volkswagen ha annunciato anche una razionalizzazione della gamma. La scelta punta ad aumentare i volumi di vendita per singolo modello e a ridurre la complessità produttiva. Meno modelli significano, in teoria, meno varianti da progettare, produrre, commercializzare e aggiornare. Per un gruppo automobilistico globale, la semplificazione del portafoglio può incidere su costi di sviluppo, acquisti, logistica e produzione.
È però una scelta che può avere conseguenze anche sull’immagine dei marchi e sulla capacità di presidiare nicchie di mercato. Gli annunci sulla cancellazione di linee di auto e sulla riduzione della gamma hanno contribuito ad alimentare la percezione di una fase di forte revisione interna.
Le ipotesi sugli stabilimenti in Germania
Tra le indiscrezioni più rilevanti ci sono quelle sulle possibili chiusure di stabilimenti in Germania. Secondo Manager Magazin, Volkswagen starebbe valutando nel medio termine la chiusura degli stabilimenti produttivi di Hannover, Zwickau ed Emden, oltre a un impianto Audi a Neckarsulm. La produzione cesserebbe una volta terminato il ciclo di vita dei modelli attualmente assemblati in questi siti. La prospettiva sarebbe collocata tra il 2031 e il 2034, quindi non nell’immediato. Oliver Blume, nelle dichiarazioni pubbliche più recenti, ha cercato di evitare un messaggio centrato sulle chiusure. Ha parlato piuttosto di soluzioni alternative.