Ospedali a rischio tenuta: cos’è il payback sanitario e cosa cambia con il decreto Meloni

Il governo Meloni ha varato un decreto ad hoc in campo sanitario, chiamato decreto Payback dispositivi medici: come funziona e cosa cambia

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Miriam Carraretto

Giornalista di attualità politico-economica

Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

Quella degli italiani, e delle aziende produttrici di dispositivi medici, è una vittoria solo a metà. Il governo Meloni ha varato un decreto ad hoc, chiamato decreto Payback dispositivi medici, con cui interviene sulle procedure di ripiano per il superamento del tetto di spesa per dispositivi medici, ma si tratta soltanto di una proroga, e quindi non fa altro che rimandare, a data da destinarsi, una decisione necessaria. Vediamo meglio di cosa si tratta e cosa cambia.

Cos’è il payback sanitario e come funziona

Facciamo un passo indietro: il sistema di tassazione del payback, messo a punto oltre otto anni fa come strumento di controllo della spesa pubblica e mai applicato, è stato inserito nel decreto legge Aiuti bis. Si tratta in pratica di un sistema di compartecipazione delle imprese allo sforamento dei tetti regionali di spesa sanitaria, che obbliga di fatto l’industria del settore dei dispositivi medici a un esborso di oltre 2 miliardi di euro. 

In sostanza, davanti alla necessità delle regioni di ripianare le spese dovute principalmente alla pandemia, col decreto Aiuti bis si è deciso di applicare una misura che va a colpire pesantemente un comparto strategico per il Paese, mettendo a rischio, nelle strutture sanitarie, gli oltre 1,5 milioni di tecnologie essenziali per la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone.

Le aziende che hanno negli anni partecipato a gare regionali in cui sono stati definiti prezzi e quantità, dopo quasi 10 anni si sono viste chiedere di contribuire al 50% dello sforamento della spesa regionale, di cui però, come ovvio, non hanno responsabilità. Con conseguenze drammatiche per un settore che conta in Italia 4.546 imprese e occupa 112.534 addetti, e che pandemia, guerra, crisi energetica e delle materie prime hanno già messo a durissima prova (qui l’allerta per la nuova variante Covid Kraken, che appare più aggressiva delle precedenti: ecco i sintomi).

Peraltro, si tratta di una macchina un po’ perversa: definendo i tetti di spesa regionali in maniera retroattiva, non si tiene conto della mancata, ma fondamentale, conoscenza da parte delle imprese di quale sia anche solo indicativamente il range di spesa a loro disposizione. Senza considerare, denunciano le imprese, che su quei bilanci le aziende hanno pagato le tasse, che non verranno mai restituite.

Payback sanitario, quali rischi per la tenuta degli ospedali

Prima dell’approvazione del provvedimento in Consiglio dei ministri il 10 gennaio, le diverse rappresentanze collegate a Confindustria Dispostivi Medici sono scese in piazza contro il payback sanitario, considerato una norma ingiusta, anche per i malati, che potrebbero non trovare più l’assistenza oggi ancora garantita – anche se sempre più a fatica – dal Servizio Sanitario Nazionale.

Il Presidente di Confindustria Dispostivi Medici Massimiliano Boggetti ha dichiarato che se le Regioni continueranno a bandire gare la cui somma dei valori aggiudicati supera il fondo sanitario a disposizione, e se il Governo non aumenterà le risorse destinate alla sanità, non saranno le imprese dei dispositivi medici a potersi far carico degli sforamenti di spesa pubblica.

Il fallimento di molte imprese, reale, rischia poi di generare un’interruzione delle forniture agli ospedali. L’effetto finale quindi è che le strutture sanitarie restino sfornite di dispositivi medici indispensabili, oltre ad essere compromesso il supporto tecnico che permette a molte delle tecnologie installate negli ospedali di funzionare correttamente.

“È inaccettabile che il Governo – denuncia Boggetti – non capisca l’impatto di un tale sistema sull’industria della salute e non comprenda le dinamiche e le conseguenze di questo provvedimento. Perseverare nel mantenimento dei tetti di spesa e di meccanismi quali il payback e le gare al ribasso significa contribuire a rendere l’Italia un Paese sempre meno appetibile per investimenti nazionali ed esteri, quando invece abbiamo bisogno di far tornare in Italia produzione e ricerca”.

Già mesi fa le imprese del comparto medico avevano anche evidenziato come, imponendo tetti di spesa così bassi, la qualità dei dispositivi medici si abbasserà, l’innovazione tecnologica non entrerà più nelle strutture sanitarie e i medici si troveranno costretti a lavorare senza avere strumenti all’avanguardia.

“Oggi che è in arrivo una nuova ondata Covid e gli ospedali dovranno far fronte a una probabile emergenza, l’effetto sarà ancora più devastante” aveva scritto Boggetti in una lettera indirizzata direttamente alla premier Giorgia Meloni.

Nelle settimane scorse sono arrivate le lettere delle Asl con richiesta di pagamento per il periodo 2015-2018 da evadere entro 30 giorni. Le aziende produttrici di dispositivi medici hanno risposto presentando oltre 100 ricorsi ai TAR.

Confindustria Dispositivi Medici aveva a più riprese chiesto che il governo inserisse nella Manovra finanziaria 2023 la cancellazione del payback, perché il rischio per le aziende del settore era di chiudere i bilanci in perdita, andando anche a compromettere il rating delle banche, che, nonostante tutte le difficoltà di liquidità, garantisce proprio alle aziende l’accesso al credito.

Cosa prevede il decreto payback dispositivi medici approvato dal governo Meloni

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giorgia Meloni, del Ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti e del Ministro della salute Orazio Schillaci, ha così deciso di mettere mano con un decreto alle procedure di ripiano per il superamento del tetto di spesa per dispositivi medici, anche se solo temporaneamente.

Limitatamente agli anni 2015, 2016, 2017 e 2018, con il decreto l’Esecutivo ha prorogato al 30 aprile 2023 il termine entro il quale le aziende fornitrici di dispositivi medici sono tenute ad adempiere all’obbligo di ripiano del superamento del tetto di spesa posto a loro carico, effettuando i versamenti in favore delle singole regioni e province autonome.

Non certo un dietrofront decisivo, ma soltanto una boccata d’ossigeno per le aziende, che non risolve la situazione critica in cui versa la sanità italiana, che per di più si trova a fare i conti con la grave scarsità di medicinali (questi i farmaci che si faticano a trovare nelle farmacie italiane, e le cause).

Il payback può far fallire un intero settore, facendo ricadere gli oneri più pesanti direttamente sui cittadini, che rischiano di dover sostenere le spese sanitarie di tasca propria, costretti a rinunciare alla sanità pubblica e all’innovazione tecnologica. “Tutto ciò per di più senza che arrivi nel concreto un euro nelle tasche del Governo” aveva tuonato la confederazione delle imprese coinvolte.

Se il governo non interverrà seriamente sul meccanismo del payback, denuncia Boggetti, i più benestanti continueranno a curarsi privatamente a spese proprie, come già spesso avviene, mentre i meno abbienti, e spesso i più fragili, subiranno direttamente i danni derivanti da questa legge, che Confindustria non esita a etichettare come “nemica della Sanità pubblica”.