Crisi del petrolio con la guerra in Iran, prezzi in aumento con le navi bloccate a Hormuz

L'Iran sta bloccando lo stretto di Hormuz e i timori per una guerra di lungo periodo hanno fatto aumentare a 80 dollari il prezzo del petrolio nel pre market: in apertura si va verso i 100

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Matteo Runchi

Editor esperto di economia e attualità

Redattore esperto di tecnologia e esteri, scrive di attualità, cronaca ed economia

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L’Iran sta bloccando il passaggio dallo stretto di Hormuz come ritorsione per gli attacchi statunitensi e israeliani sul suo territorio. Dal passaggio marittimo che collega il Golfo Persico e l’Oceano Indiano passa il 20% dei prodotti petroliferi mondiali. La reazione dei mercati è stata immediata: a mercati chiusi il greggio ha raggiunto gli 80 dollari.

Nella giornata di oggi 2 marzo gli analisti prevedono ulteriori rialzi, con il Brent che potrebbe raggiungere 100 dollari al barile. L’Opec si è mossa per aumentare la produzione, ma questo non è bastato a rassicurare i mercati. Alcuni esperti però predicano maggiore calma, sottolineando che il settore petrolifero si sta preparando da tempo a questo scenario.

Iran, Hormuz bloccato: petrolio verso i 100 dollari

Le petroliere bloccate a poche miglia nautiche dallo Stretto di Hormuz sarebbero ormai centinaia. Decine sono ancorate davanti alla costa di Dubai, in attesa di capire se lo stretto possa riaprire. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno quasi immediatamente bloccato il traffico navale attraverso lo Stretto, quando i primi missili israeliani hanno colpito il territorio dell’Iran.

Le conseguenze sul mercato petrolifero non si sono ancora del tutto realizzate. Ajay Parmar, direttore del settore energia e raffinazione dell’Icis (Independent Commodity Intelligence Services, società di consulenza sul commercio di materie prime), ha dichiarato all’Ansa:

Prevediamo che i prezzi apriranno vicini ai 100 dollari al barile e forse supereranno tale livello se assisteremo a un’interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz.

Lo Stretto di Hormuz è quasi interamente controllato dall’Iran e, fin dalla rivoluzione islamica che ha portato l’attuale regime al potere nel 1979, è una delle principali armi di dissuasione dell’Iran contro gli attacchi militari. Un quinto del petrolio mondiale passa da quel tratto di mare e bloccarlo significa causare una crisi economica internazionale.

La mossa dell’Opec per calmare i prezzi

Nella giornata di domenica l’Opec+, il cartello dei Paesi produttori di petrolio, ha approvato un aumento della produzione di 200mila barili al giorno circa. Si tratta di una cifra minima per le capacità di produzione dei Paesi del cartello, e infatti il prezzo del petrolio non ne ha praticamente risentito.

Le ragioni della scelta di non aumentare eccessivamente la produzione sono varie. I Paesi dell’Opec+ con la produzione più rilevante di petrolio si affacciano sul Golfo Persico. Il petrolio prodotto in eccesso, quindi, resterebbe bloccato negli stoccaggi, senza navi per essere esportato. I Paesi che fanno parte del cartello ma non si affacciano sul Golfo o non hanno le risorse e le infrastrutture per supportare una grande espansione della produzione (è il caso dei Paesi africani) o sono soggetti a sanzioni (Venezuela, Russia).

Infine, c’è anche una questione politica. L’Opec+ è da tempo divisa tra Paesi che vogliono un aumento della produzione a discapito dei prezzi, e Stati, tra cui l’Arabia Saudita, che vorrebbero limitare la produzione per far aumentare il barile, che negli ultimi anni è arrivato a 60 dollari soprattutto a causa di un rallentamento della crescita della domanda. Questo momentaneo aumento dei prezzi dà al cartello un periodo di pace al proprio interno, soddisfano tutti.

Le ragioni per non allarmarsi

Dalle pagine de La Stampa, il vicepresidente di S&P Global Daniel Yergin ha spiegato però che l’aumento dei prezzi potrebbe essere soltanto temporaneo. Secondo Yergin, i mercati e l’industria petrolifera si preparano da tempo a uno scenario di blocco dello Stretto di Hormuz, e hanno preso misure per limitare i danni:

  • gli Emirati Arabi possono reindirizzare la loro produzione verso il Golfo dell’Oman, via oleodotto;
  • l’Arabia Saudita può sfruttare i propri porti sul Mar Rosso sempre grazie agli ultimi oleodotti costruiti;
  • Usa e Cina hanno accumulato riserve di petrolio significative;
  • la Marina degli Usa si prepara da anni a prevenire un blocco totale dello Stretto di Hormuz.

“Oscillazioni sul prezzo ci saranno, ma dipenderà tutto dalla durata e intensità del conflitto, sono propenso a considerare il rialzo passeggero, i mercati infatti sono abituati da decenni ad affrontare le incertezze nel Golfo, mentre non erano preparati all’impatto del blitz in Venezuela di gennaio” ha spiegato Yergin nella sua analisi.