Il Treasury Usa a 30 anni tocca il 5,327%, massimo dal 2007, mentre Bund e titoli di Stato giapponesi raggiungono livelli che non si vedevano da decenni. Il Brent supera 91 dollari e riaccende i timori sull’inflazione. La Fed potrebbe anche fermarsi, ma il costo del denaro a lungo termine continua a salire.
Torna l’allarme tassi sui mercati finanziari. Il segnale questa volta non arriva direttamente dalle banche centrali, ma dai titoli di Stato.
I rendimenti delle obbligazioni pubbliche stanno salendo contemporaneamente negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone, mentre il petrolio torna sopra i 91 dollari al barile. Una combinazione che riaccende i timori sull’inflazione e sul costo del denaro.
Oggi il rendimento del Treasury americano a 30 anni ha raggiunto il 5,327%, massimo dal 2007. Il decennale Usa si è portato vicino al 4,7%. In Giappone il rendimento del titolo a 10 anni ha toccato il 2,945%, massimo da circa trent’anni, mentre il Bund tedesco ha raggiunto i livelli più alti dal 2011.
Il rialzo dei rendimenti sui mercati obbligazionari sta, quindi, riportando al centro dell’attenzione una domanda: perché i tassi di mercato continuano a salire se la Federal Reserve potrebbe invece decidere di fermarsi?
Perché i tassi salgono anche se la Fed potrebbe fermarsi
La risposta è che i tassi decisi dalle banche centrali e i rendimenti dei titoli di Stato non sono la stessa cosa.
La Fed decide il costo ufficiale del denaro negli Stati Uniti, ma il rendimento di un titolo di Stato che scade tra dieci, venti o trent’anni dipende anche da quello che gli investitori si aspettano per il futuro.
Se aumentano i timori sull’inflazione, sul debito pubblico o sulla capacità dei governi di finanziare la spesa, chi compra obbligazioni chiede un rendimento più elevato ed è proprio quello che sta succedendo in queste ore.
Dopo alcuni dati più deboli sull’economia americana, il mercato considera meno probabile un nuovo rialzo dei tassi Fed a settembre, ma contemporaneamente teme che inflazione, petrolio e debito possano tenere alto il costo del denaro ancora a lungo.
Petrolio oltre 91 dollari, torna il rischio inflazione
Uno dei principali fattori di pressione è il petrolio.
Il Brent ha superato 91 dollari al barile, sostenuto dalle nuove tensioni tra Stati Uniti e Iran e dai timori sulle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz.
Il problema non riguarda soltanto il prezzo della benzina.
Un petrolio più caro può aumentare i costi dei trasporti e della produzione industriale e, con il tempo, trasferirsi sui prezzi pagati da famiglie e imprese. In altre parole, può rendere più difficile la discesa dell’inflazione.
È proprio questo rischio che preoccupa chi investe nei titoli di Stato. Se l’inflazione resta alta più a lungo, anche i rendimenti richiesti dagli investitori tendono a salire.
Pesa anche il debito pubblico
C’è poi un secondo elemento: il debito.
Gli Stati Uniti devono continuare a finanziare una spesa pubblica molto elevata e quindi collocare grandi quantità di titoli sul mercato.
Quando l’offerta di obbligazioni cresce, per attirare compratori può essere necessario offrire rendimenti più alti.
Il fenomeno non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Anche in Europa gli investitori stanno guardando con maggiore attenzione alla crescita della spesa pubblica e ai costi futuri legati, tra l’altro, alla difesa e agli investimenti.
Il risultato è che i rendimenti possono salire anche senza una nuova stretta delle banche centrali.
Le Borse tornano sotto pressione
Il rialzo dei tassi di mercato ha conseguenze immediate anche sulle Borse.
Lo Stoxx 600 europeo ha aperto in calo dello 0,2%, mentre in Asia il Nikkei aveva perso oltre il 2%.
Per gli investitori, titoli di Stato con rendimenti più elevati diventano infatti un’alternativa più interessante alle azioni.
Inoltre, tassi più alti significano anche finanziamenti più costosi per le imprese. Diventa più caro chiedere credito, emettere obbligazioni o rifinanziare i debiti già esistenti.
L’effetto tende a pesare soprattutto sulle società più indebitate e sui titoli che basano gran parte del proprio valore sugli utili attesi negli anni futuri.
Cosa significa per Italia, famiglie e imprese
Il tema riguarda direttamente anche l’Italia.
Quando si parla di Btp l’attenzione si concentra spesso sullo spread con il Bund tedesco. Ma esiste anche un altro elemento da considerare: il livello generale dei tassi europei.
Se salgono i rendimenti dei titoli di Stato in tutta Europa, anche il costo con cui l’Italia finanzia il proprio debito può aumentare, pur senza una forte crescita dello spread.
Nel tempo, tassi di mercato più elevati possono inoltre trasferirsi sul costo dei prestiti alle imprese e sui finanziamenti alle famiglie.
Questo significa che una fase prolungata di rendimenti alti può continuare a pesare sull’economia anche se Bce e Fed decidessero di non aumentare ancora i propri tassi ufficiali.
Il vero rischio è che il denaro resti caro più a lungo
È questo il messaggio principale che arriva oggi dai mercati.
Le banche centrali potrebbero avvicinarsi alla fine della fase di rialzo dei tassi, ma questo non significa automaticamente che il costo del denaro inizierà subito a scendere.
Petrolio, inflazione, debito pubblico e tensioni geopolitiche possono mantenere elevati i rendimenti per molto tempo.
Il prossimo appuntamento importante arriverà domani, mercoledì 19 agosto, quando la Federal Reserve pubblicherà i verbali della riunione del Fomc del 28 e 29 luglio. Gli investitori cercheranno indicazioni sulle prossime mosse della banca centrale americana.
Tuttavia, il segnale arrivato dai mercati è già chiaro: anche con una Fed più prudente, l’allarme tassi non è ancora rientrato.