I numeri del primo trimestre 2026 raccontano un mercato dei private markets che non rallenta, ma cambia approccio. I gestori puntano su meno operazioni, ma di dimensioni più consistenti, sia quando investono che quando disinvestono: una strategia che attraversa trasversalmente Private Equity, Private Credit e Private Infrastructure, pur con declinazioni diverse per ciascun segmento. È quanto emerge dal report trimestrale sui mercati privati pubblicato da Fundstore, che ogni tre mesi monitora lo stato di salute di queste tre asset class attraverso gli indicatori di raccolta, investimento e performance.
Private Equity
Sul versante della raccolta, il Private Equity ha registrato 162 miliardi di dollari nel primo trimestre 2026. Il dato cumulativo degli ultimi 12 mesi (aprile 2025 – marzo 2026) si attesta a 373 miliardi di dollari, in calo del 10% rispetto al periodo precedente (gennaio-dicembre 2025), ma con un segnale di ripresa nel trimestre più recente: +15% rispetto al quarto trimestre 2025. Secondo gli analisti, il calo della raccolta di medio periodo non rappresenta un campanello d’allarme sull’interesse degli investitori verso l’asset class, ma è piuttosto il riflesso di un mercato che ha già raccolto in abbondanza negli anni precedenti. I grandi gestori dispongono ancora di importanti riserve di dry powder – capitale raccolto e non ancora investito – e il focus si è spostato sul suo impiego efficace. La ripresa registrata nell’ultimo trimestre potrebbe quindi anticipare l’inizio di una nuova fase espansiva del ciclo.
Per quanto riguarda il deployment, nel primo trimestre 2026 sono stati annunciati 4.168 nuovi deal di Private Equity, mentre il dato cumulativo degli ultimi 12 mesi si ferma a 19.682 operazioni, in calo del 7% rispetto ai 12 mesi precedenti. A fronte di un volume inferiore di operazioni, però, il valore complessivo investito è in aumento: negli ultimi 12 mesi i gestori hanno impiegato circa 2,1 trilioni di dollari, una cifra che – escludendo il quarto trimestre 2025 – non veniva raggiunta dal terzo trimestre 2022. Il messaggio che emerge è quello di fondi sempre più orientati a concentrarsi su un minor numero di operazioni, ma di dimensione media maggiore, con una selezione più attenta delle società target in un contesto di valutazioni ancora elevate.
Sul fronte delle exit, il controvalore registrato in Q1 2026 è stato di 294 miliardi di dollari, mentre il dato cumulativo degli ultimi 12 mesi ha raggiunto 1,29 trilioni di dollari, in calo del 3% rispetto al periodo precedente. Ampliando l’orizzonte all’ultimo triennio, il trend resta però di crescita, con un incremento dell’80% rispetto all’inizio del 2023. Anche in questo caso si confermerebbe il paradigma “meno operazioni, ticket più grandi”: il lieve calo di breve periodo andrebbe letto nel contesto di gestori che posticipano alcune exit in attesa di condizioni di mercato più favorevoli, piuttosto che come segnale di deterioramento dei portafogli.
Sul piano dei fondamentali, nonostante la correzione subita dai multipli delle aziende software tradizionali per effetto dell’AI, il valore aggregato delle società private in America ed Europa continuerebbe a crescere, sostenuto dall’espansione degli utili e da un trend strutturale di aumento della produttività.
Private Credit
Il Private Credit ha chiuso il primo trimestre 2026 con una raccolta di 99 miliardi di dollari. Il dato cumulativo degli ultimi 12 mesi ha toccato quota 392 miliardi di dollari, in crescita del 2,5% rispetto al periodo precedente. Il dato sarebbe particolarmente significativo se letto alla luce dell’attenzione mediatica – per lo più negativa – che il segmento ha ricevuto negli ultimi mesi, complice anche un aumento delle richieste di rimborso da parte di alcuni sottoscrittori retail. I numeri, tuttavia, racconterebbero una storia diversa: il primo trimestre 2026 sarebbe stato uno dei più prolifici di sempre in termini di raccolta. La domanda di accesso all’asset class da parte di nuovi investitori resterebbe strutturalmente elevata, mentre cambierebbe il grado di selettività, con il capitale che si concentra sempre più verso i gestori con i track-record più solidi e le strutture più trasparenti.
Sul fronte del deployment, nel primo trimestre 2026 il controvalore investito nel Direct Lending (Europa e Stati Uniti) è stato di 26,5 miliardi di dollari, mentre il dato cumulativo degli ultimi 12 mesi ha raggiunto 112,5 miliardi di dollari, in crescita del 5% rispetto al periodo precedente. In un contesto in cui il credito bancario risulta spesso troppo rigido per le esigenze delle aziende in crescita e i mercati obbligazionari pubblici restano sensibili alla volatilità, il Private Credit continuerebbe a rappresentare un canale di finanziamento alternativo valido. Anche in questo segmento si confermerebbe la tendenza verso operazioni meno numerose ma di taglio più ampio: i tassi ancora elevati aumenterebbero il costo del debito, imponendo ai gestori una selezione più rigorosa delle controparti per contenere i rischi di default.
Sul piano della generazione di valore, lo spread medio sulle operazioni di Direct Lending nel primo trimestre 2026 si è attestato a 497 punti base, in lieve aumento (circa +15-30 bps) rispetto al trimestre precedente, segnale di una maggiore percezione di rischio sui nuovi finanziamenti erogati. Secondo gli analisti, però, un aumento degli spread non implicherebbe necessariamente l’avvio di una crisi: l’incremento registrato sarebbe contenuto e i fondamentali di mercato resterebbero solidi, con un default rate atteso per il 2026 intorno al 2% (1,5% nel 2025), un livello distante da quelli storicamente associati a fenomeni di stress sistemico. Il nuovo equilibrio – spread più alti e maggiore selettività – tenderebbe anzi a premiare i gestori più strutturati, generando ulteriori opportunità di rendimento per chi è in grado di selezionare le operazioni migliori. Un ulteriore elemento sottolineato dal bollettino riguarda la dispersione dei rendimenti tra gestori: mentre nell’obbligazionario quotato la differenza tra i migliori e i peggiori gestori sarebbe relativamente contenuta, nel Private Credit tale forbice si allargherebbe in modo significativo, con i fondi top performer che genererebbero in media rendimenti superiori del 12% rispetto a quelli di fascia più bassa. Una dinamica che, in un contesto di maggiore volatilità e selettività sui deal, sarebbe destinata ad amplificarsi, rendendo la scelta del gestore una variabile chiave per gli investitori.
Private Infrastructure
Il segmento Private Infrastructure ha registrato nel primo trimestre 2026 una raccolta di 26 miliardi di dollari. Nonostante un trimestre sotto le aspettative, il dato cumulativo degli ultimi 12 mesi ha superato i 200 miliardi di dollari, un picco che non si registrava dall’inizio del 2023. Il rallentamento del singolo trimestre potrebbe essere letto come una pausa tecnica più che come un segnale di raffreddamento: diversi grandi fondi infrastrutturali sarebbero ancora in fase di chiusura del proprio ciclo di raccolta, mentre la domanda di finanziamenti privati a supporto dello sviluppo di data center e impianti energetici resterebbe ai massimi storici, con una traiettoria di lungo periodo che continuerebbe a essere di crescita.
Sul fronte del deployment, il controvalore investito in Private Infrastructure nel primo trimestre 2026 è stato di 100 miliardi di dollari, mentre il dato cumulativo degli ultimi 12 mesi ha superato i 400 miliardi di dollari, un livello che non veniva raggiunto dal terzo trimestre 2023. Alla base di questa spinta ci sarebbero due macro-trend considerati difficilmente reversibili: la transizione energetica, con la moltiplicazione di progetti in rinnovabili, sistemi di stoccaggio e reti di distribuzione, e la transizione digitale, con la costruzione di data center a supporto dell’espansione dell’intelligenza artificiale. Entrambi i trend richiederebbero capitali di lungo periodo e tolleranza verso profili di liquidità ridotta, caratteristiche che renderebbero i fondi di Private Infrastructure particolarmente adatti a questo tipo di investimenti.
Sul piano della generazione di valore, l’Infra 300 Equity Index ha registrato nel primo trimestre 2026 una crescita dell’1,07% rispetto al trimestre precedente, mentre su base 12 mesi l’indice sintetico di performance del segmento ha segnato un incremento superiore al 7%. L’attuale contesto di tassi elevati introdurrebbe una pressione tecnica sulle valutazioni infrastrutturali, in quanto tassi più alti aumentano il tasso di sconto applicato ai flussi di cassa futuri – una componente chiave per progetti che generano ricavi ricorrenti, come la vendita di energia prodotta da un parco eolico. Nonostante questa dinamica, le performance del segmento continuerebbero a crescere, sostenute da una domanda strutturalmente solida di input produttivi critici come elettricità e capacità di data storage.