Economia sommersa da 197,6 miliardi, costa 3.350 euro a ogni italiano

Sommerso in Italia vale 197,6 miliardi, il 9,2% del Pil: 2,7 milioni lavoratori irregolari, salari dimezzati e oltre 100 miliardi di evasione

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Claudio Cafarelli

Giornalista e content manager

Giornalista pubblicista laureato in economia, appassionato di SEO e ricerca di trend, content manager per agenzie italiane e straniere

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L’economia sommersa in Italia vale 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% della ricchezza nazionale. È quanto emerge dal Focus Censis-Confcooperative su lavoro ed economia irregolare. La dimensione del fenomeno è paragonabile al Pil dell’Emilia-Romagna e rappresenta un costo teorico di circa 3.350 euro per ogni italiano. La cifra comprende non solo evasione fiscale, ma anche lavoro irregolare, redditi non dichiarati e attività che sfuggono al circuito regolare. Secondo il rapporto, il sommerso sottrae risorse alla fiscalità generale, riduce i diritti dei lavoratori e altera la concorrenza tra imprese.

Le tre componenti del sommerso

Il sommerso italiano è composto da tre grandi voci. La più rilevante è la sottodichiarazione dei redditi, che vale 108,2 miliardi di euro ed è aumentata del 21,6% rispetto al 2019. La seconda componente è il lavoro irregolare, stimato in 77,2 miliardi. A questa si aggiungono 12,2 miliardi legati ad altre voci, come affitti in nero e mance non dichiarate. Il dato mostra che la crescita del sommerso non dipende solo dal lavoro nero, ma anche dalla mancata dichiarazione di redditi da parte di imprese, professionisti e autonomi. L’economia sommersa ha quindi un costo teorico di 3.350 euro per ogni italiano.

Nel 2024 gli occupati irregolari sono 2 milioni e 725mila. Il numero è leggermente inferiore rispetto al 2019, ma resta elevato. Il divario retributivo è molto ampio. Un lavoratore irregolare guadagna in media 9,2 euro lordi l’ora, contro i 17,8 euro di un lavoratore regolare. La perdita media è del 48,3%. Nell’industria il divario arriva al 53,5%, con 9,4 euro l’ora per gli irregolari contro 20,2 euro per chi lavora in modo regolare.

Il peso sull’evasione fiscale

Tra il 2019 e il 2023 l’evasione tributaria e contributiva si è mantenuta tra 99 e 103 miliardi di euro l’anno. Quasi il 90% riguarda mancate entrate fiscali. L’Iva pesa per circa 30 miliardi, mentre l’Irpef non versata da autonomi e imprese supera i 36 miliardi.

La propensione media all’evasione è pari al 17,4%. Questo significa che, ogni 100 euro di gettito atteso, quasi 17 non arrivano allo Stato. Il dato più alto riguarda l’Irpef di autonomi e imprese, con un tasso stimato al 60,6%.

Il sommerso ha un impatto diretto sui conti pubblici. Secondo il Focus, tra il 2021 e il 2023 i mancati introiti fiscali e contributivi hanno raggiunto 313 miliardi di euro. Si tratta di una cifra superiore di 88 miliardi rispetto alla dotazione complessiva del Pnrr destinata all’Italia.

Meno entrate significano minori risorse per sanità, pensioni, servizi e investimenti. Il rapporto richiama anche simulazioni secondo cui un miglioramento strutturale della compliance fiscale potrebbe contribuire a ridurre il rapporto debito/Pil entro il 2041.

La concorrenza sleale per le imprese regolari

L’economia sommersa non pesa solo sullo Stato. Ha effetti anche sulle imprese che rispettano regole, contratti e obblighi fiscali. Un’azienda che paga imposte, contributi e salari regolari deve competere con chi può applicare prezzi più bassi perché opera in modo irregolare o dichiara meno del dovuto. Il sommerso diventa quindi una distorsione del mercato. Penalizza le imprese corrette, riduce le tutele dei lavoratori e sposta una parte del costo dei servizi pubblici sui contribuenti regolari.

Secondo il Focus Censis-Confcooperative, il contrasto al sommerso richiede interventi strutturali. Tra gli strumenti indicati ci sono maggiore tracciabilità, incrocio delle banche dati, incentivi all’emersione e politiche del lavoro capaci di ridurre la convenienza dell’irregolarità.