Cannabis light, il Consiglio di Stato salva le aziende e fa infuriare il Governo

Nuovo colpo di scena nel campo della cannabis light e della canapa industriale: dal Consiglio di Stato l'ennesima sentenza che sdogana il mercato

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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Il Consiglio di Stato sdogana la cannabis light e non solo, riaprendo il mercato del cannabidiolo e della canapa industriale in Italia.

Con un’ordinanza, che è piaciuta poco al Governo e molto alle opposizioni, Palazzo Spada ha accolto il ricorso presentato da alcune imprese del settore della cannabis, sospendendo l’efficacia della sentenza del Tar del Lazio che aveva invece avallato il decreto del ministero della Salute del 27 giugno 2024. Un decreto che aveva inserito le composizioni orali a base di cannabidiolo (Cbd) tra i medicinali stupefacenti, richiamando il principio di precauzione.

Le aziende della cannabis possono lavorare

La decisione del Consiglio di Stato consente ora alle aziende della filiera della cannabis di continuare a operare, riconoscendo il rischio concreto di un grave pregiudizio economico e occupazionale qualora il blocco fosse rimasto in vigore.

“Un primo riconoscimento delle criticità giuridiche sollevate”, commentano gli avvocati Giuseppe Libutti, Sergio Santoro e Michele Trotta, che hanno assistito le imprese ricorrenti.

Il decreto del ministero della Salute e la sentenza del Tar

Il Tar del Lazio, con una sentenza che aveva infiammato parte della politica, aveva ritenuto legittimo il decreto ministeriale del 27 giugno 2024, sostenendo che l’inserimento delle composizioni orali a base di Ccd tra i medicinali stupefacenti fosse giustificato dal principio di precauzione, a tutela della salute pubblica.

Secondo quella impostazione, l’assenza di certezze scientifiche definitive sugli effetti del cannabidiolo avrebbe consentito all’amministrazione di adottare una linea restrittiva. Una scelta che, però, ha avuto effetti immediati e pesanti sulle imprese: blocco delle vendite, incertezza normativa, rischio di chiusura e perdita di posti di lavoro. Una beffa, considerato che le aziende erano state aperte nel rispetto della normativa e che alcune avevano anche incassato contributi pubblici per l’avvio dell’attività.

È proprio su questo punto che interviene il Consiglio di Stato, evidenziando come il sacrificio imposto alle aziende rischi di essere sproporzionato rispetto agli obiettivi perseguiti, almeno fino a una decisione definitiva nel merito.

Cannabis light e canapa, le sentenze che aprono al mercato

La decisione di Palazzo Spada non arriva a bruciapelo: negli ultimi mesi diversi tribunali hanno già messo in discussione l’impianto normativo e politico che equipara, in modo generalizzato, la cannabis light alle sostanze stupefacenti.

Per esempio, il Tribunale del Riesame di Brindisi ha ordinato il dissequestro di oltre 800 piante di cannabis light appartenenti a un’azienda agricola pugliese. I giudici hanno riconosciuto l’assenza di efficacia drogante, certificata da analisi tossicologiche che indicavano valori di Thc compresi tra lo 0,08% e lo 0,33%, ben al di sotto delle soglie in grado di produrre effetti psicoattivi.

Una linea coerente con quanto affermato dalla Cassazione nel 2019, quando le Sezioni Unite stabilirono che ogni valutazione deve basarsi sulla verifica concreta dell’effetto drogante del prodotto e non su presunzioni astratte o divieti automatici.

L’accusa degli operatori del settore è che il divieto introdotto dal Decreto sicurezza risponda più a una scelta ideologica che a una solida base scientifica. Ma l’impostazione, come detto, viene smontata ripetutamente in sede giudiziaria. Resta però un clima di incertezza che potrebbe scoraggiare gli investimenti. Facendo zoom out, non si può non evidenziare che in Europa la canapa è riconosciuta come una leva strategica per economia circolare e transizione ecologica.

Secondo Coldiretti, la filiera della canapa in Italia vale circa 500 milioni di euro, coinvolge 3.000 aziende agricole, garantisce 30.000 posti di lavoro e interessa oltre 4.000 ettari coltivati, soprattutto in Lombardia, Veneto, Puglia, Basilicata e Sicilia.