I Giochi Olimpici sono presentati da sempre come una spinta economica per il Paese o città ospitante. Altrettanto spesso, vengono ritenute come un buco economico nei bilanci statali, regionali, comunali. Entrambe le affermazioni sono verte, pertanto come è possibile questa doppia realtà? Allo stesso tempo fungono da sviluppo infrastrutturale e rilancio dell’immagine internazionale.
Nel caso delle Olimpiadi invernali, però, i dati storici raccontano una storia molto chiara e netta. A fronte di costi certi, misurabili e quasi sempre crescenti, i benefici economici diretti risultano spesso limitati, quando non marginali. Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, però, possono rappresentare un cambio di rotta rispetto alle precedenti edizioni invernali.
Indice
Costi strutturalmente elevati, ricavi strutturalmente limitati
La specificità delle Olimpiadi invernali risiede nella loro scala ridotta rispetto ai Giochi estivi, unita però, a un’intensità infrastrutturale molto più elevata. Le sedi sono spesso localizzate in aree montane, con bacini demografici piccoli e una dotazione infrastrutturale preesistente insufficiente a sostenere l’evento senza investimenti massicci.
Le principali voci di spesa sono:
- costi operativi del Comitato Organizzatore (OCOG);
- impianti sportivi specifici, difficilmente riconvertibili;
- infrastrutture indirette (strade, ferrovie, sicurezza, telecomunicazioni).
Secondo i dati raccolti dal Comitato Olimpico Internazionale (Cio) e rielaborati dall’Università di Oxford, tutte le Olimpiadi (sia invernali sia estive) dal 1960 a oggi hanno registrato sforamenti di budget, ma le edizioni invernali presentano una media di overrun superiore al 170% in termini reali.
Sul fronte dei ricavi, la situazione è simile. I proventi da biglietteria sono limitati dal numero ridotto di eventi e spettatori, mentre i diritti televisivi (pur crescendo nel tempo) restano inferiori rispetto alle Olimpiadi estive. Il risultato è una dipendenza strutturale dal finanziamento pubblico.
Torino 2006: il peso della legacy incompiuta
Torino 2006 rappresenta un caso emblematico per l’Italia. Il costo complessivo dell’evento, includendo infrastrutture e spese pubbliche indirette, è stimato in circa 3,6 miliardi di euro, mentre i ricavi del Comitato Organizzatore si sono fermati intorno a 1,2 miliardi.
La trasformazione urbana della città è stata reale, ma disomogenea. Se alcuni interventi (come il potenziamento del trasporto urbano) hanno avuto un effetto duraturo, molti impianti montani sono rimasti sottoutilizzati o abbandonati. Le relazioni della Corte dei Conti italiana hanno evidenziato come il peso del debito e dei costi di manutenzione post-olimpica sia ricaduto per anni sugli enti locali, senza un ritorno economico proporzionato.
Vancouver 2010: benefici selettivi, debito persistente
L’edizione canadese è spesso citata come un esempio relativamente virtuoso. Il costo totale stimato si aggira intorno ai 7,6 miliardi di dollari, con ricavi OCOG pari a circa 2,5 miliardi. L’impatto positivo si è concentrato soprattutto su trasporti e housing, in particolare lungo il corridoio Vancouver–Whistler.
Tuttavia, l’Auditor General della British Columbia ha sottolineato come il Villaggio Olimpico abbia generato un debito significativo per la città di Vancouver, assorbito solo in parte negli anni successivi. Anche in questo caso, il saldo economico complessivo per il settore pubblico resta negativo, nonostante una gestione considerata più efficiente rispetto ad altre edizioni.
Sochi 2014: il costo del soft power
Con un costo stimato di oltre 50 miliardi di dollari, Sochi 2014 è l’Olimpiade più costosa della storia. I dati della Banca Mondiale e le inchieste giornalistiche internazionali concordano su un punto: il ritorno economico diretto per la regione è stato minimo.
La spiegazione va cercata altrove. Sochi è stata un’operazione di nation branding e proiezione geopolitica, più che un investimento economico. In questo senso, l’evento ha prodotto benefici politici e simbolici, difficilmente quantificabili, ma non ha generato un impatto economico sostenibile nel medio-lungo periodo.
PyeongChang 2018: costi controllati, utilizzo nullo
La Corea del Sud ha cercato di contenere i costi, fermandosi intorno ai 13 miliardi di dollari. Nonostante questo, l’evento ha lasciato in eredità impianti scarsamente utilizzati. Il caso più emblematico è lo stadio olimpico, demolito dopo appena quattro utilizzi.
Le analisi ex-post del Board of Audit and Inspection sudcoreano mostrano come gli effetti economici locali siano stati sensibilmente inferiori alle stime governative pre-evento, confermando la tendenza alla sovrastima sistematica dell’impatto sul Pil e sull’occupazione.
Milano-Cortina 2026: riduzione della scala o ripetizione del passato?
Milano-Cortina 2026 si distingue dalle precedenti Olimpiadi invernali per il modello dichiarato di organizzazione. Governo e Comitato Organizzatore hanno puntato su un evento a bassa intensità infrastrutturale, basato in larga parte su impianti già esistenti e su una distribuzione territoriale ampia tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Un elemento centrale del progetto è la separazione formale tra il bilancio del Comitato Organizzatore (OCOG) e quello delle opere infrastrutturali, finanziate attraverso fondi statali e regionali.
Proprio su questa distinzione si concentrano, tuttavia, le principali criticità evidenziate dalla Corte dei Conti. Nelle relazioni dedicate a Milano-Cortina 2026, la magistratura contabile ha sottolineato come il rischio finanziario maggiore non riguardi il bilancio dell’OCOG, relativamente contenuto e sostenuto da ricavi in parte già contrattualizzati con il Comitato Olimpico Internazionale, ma piuttosto l’andamento dei costi indiretti. Viabilità, sicurezza, opere di contesto e adeguamenti ambientali sono le voci più esposte a revisioni di spesa e slittamenti temporali.
Milano-Cortina 2026 si gioca quindi su un equilibrio delicato. Se il contenimento dei costi indiretti e il rispetto dei tempi verranno mantenuti, l’evento potrà rappresentare un modello di Olimpiadi invernali meno onerose rispetto al passato. In caso contrario, il rischio è che gli sforamenti si concentrino proprio sulle spese meno visibili, riproducendo – seppur in scala ridotta – le criticità già emerse nelle precedenti edizioni ospitate dall’Italia.
Quindi, cosa dicono i dati delle ultime Olimpiadi Invernali
L’analisi incrociata dei casi mostra tre costanti:
- I benefici economici diretti raramente compensano i costi pubblici sostenuti
- Le stime ex-ante dell’impatto economico risultano gonfiate tra il 200% e il 400%
- Il vero ritorno è prevalentemente immateriale: reputazione, consenso politico, visibilità internazionale
L’OECD è netta nel suo giudizio: i mega-eventi sportivi generano benefici economici netti solo in condizioni molto restrittive, difficilmente replicabili su larga scala.
I dati storici mostrano con chiarezza che le Olimpiadi invernali non sono, di per sé, un volano economico. I costi sono immediati, concentrati e pubblici; i benefici sono incerti, diluiti nel tempo e spesso intangibili. Confondere l’impatto simbolico con il ritorno economico è uno degli errori più ricorrenti nel dibattito politico.
Le Olimpiadi invernali possono diventare sostenibili solo a tre condizioni: riduzione della scala, integrazione in piani territoriali già finanziati e trasparenza totale sui costi ex-post. In assenza di questi elementi, l’evento resta soprattutto un’operazione di immagine, pagata quasi interamente dal settore pubblico.