È uno dei “big-killer” per la salute, con oltre 48.000 nuovi casi anno in Italia. Non solo, costituisce la prima causa di morte associata a neoplasia nei giovani sotto i 50 anni. Trovare nuove strade nell’approccio al tumore del colon-retto è quindi fondamentale.
E non mancano le buone notizie. L’Italia è il primo Paese in Europa a garantire, attraverso il Servizio sanitario nazionale, l’accesso in prima linea a una nuova combinazione terapeutica per i pazienti con tumore del colon-retto metastatico con mutazione di BRAF, una delle forme più gravi e infauste della malattia. Una terapia che ha dimostrato di raddoppiare la sopravvivenza rispetto allo standard. Non solo. Grazie alla biopsia liquida esiste una possibilità di cura anche per i pazienti con tumore del colon avanzato che non risponde più alle terapie standard.
Lo dimostrano i risultati di uno studio, promosso dal Gruppo Oncologico dell’Italia Meridionale (GOIM) in cui ha svolto un ruolo centrale l’Istituto Europeo di Oncologia, appena pubblicati su Annals of Oncology,
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Cure in Italia prima che in Europa
La notizia importante è che la combinazione di due farmaci a bersaglio molecolare, encorafenib e cetuximab, associati alla chemioterapia tradizionale, è passata come terapia di prima scelta. A beneficiarne in Italia saranno all’incirca 800 persone ogni anno, cioè l’8-10% dei pazienti con malattia metastatica portatori della mutazione BRAF, nell’ambito di un tumore che in Italia registra circa 48mila nuove diagnosi ogni anno.
Mentre l’Europa è in attesa del via libera formale dell’EMA, su impulso del GOIM (Gruppo Oncologico Italia Meridionale), l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha infatti accorciato i tempi, attivando un percorso anticipato di accesso alla terapia attraverso la procedura prevista dalla legge 648/96. Questo strumento permette di rendere disponibili farmaci innovativi prima della conclusione dell’iter burocratico europeo quando esiste un bisogno clinico urgente e prove scientifiche schiaccianti. L’approvazione AIFA è stata comunicata proprio in occasione del congresso GOIM di Bari.
“La decisione dell’AIFA si basa sui dati dello studio randomizzato di fase III BREAKWATER che ha valutato l’associazione di chemioterapia con encorafenib e cetuximab rispetto allo standard di cura nei pazienti con tumore del colon-retto metastatico con mutazione BRAF (V600E)”
spiega Fortunato Ciardiello, tra gli autori dello studio oltre che professore di oncologia medica presso l’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli di Napoli.
I risultati, apparsi su New England Journal of Medicine, hanno dimostrato che con la nuova combinazione raddoppia la sopravvivenza globale dei pazienti, che passa così da una mediana di circa 15–16 mesi a oltre 30.
“Questo trattamento rappresenta un punto di svolta per una popolazione di pazienti che, fino a pochi anni fa, aveva opzioni terapeutiche molto limitate e una progressione di malattia estremamente rapida. Storicamente circa la metà di questi pazienti non arrivavano nemmeno a ricevere una seconda linea di trattamento. L’utilizzo della terapia a bersaglio molecolare solo nelle fasi avanzate non consentiva di recuperare il vantaggio clinico osservato negli studi. Mentre l’introduzione precoce della terapia a bersaglio molecolare, in associazione alla chemioterapia, cambia radicalmente la storia clinica della malattia, rendendola più controllabile e raddoppiando l’aspettativa di vita”
sottolinea Ciardiello.
Importante riconoscere le caratteristiche del tumore
Fondamentale è la caratterizzazione molecolare fin dal momento della diagnosi di malattia metastatica, perché consente un accesso tempestivo a una terapia che ha dimostrato di offrire il massimo beneficio quando utilizzata come trattamento di prima linea.
“Individuare questa mutazione fin dalla diagnosi di malattia metastatica consente di orientare subito la scelta terapeutica verso l’opzione più efficace”
sottolinea Stefania Napolitano, ricercatrice oncologia medica presso l’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli di Napoli.
Il tumore del colon-retto non può più essere considerato una singola malattia: esistono sottotipi biologicamente diversi che richiedono strategie terapeutiche diverse, e riconoscerli tempestivamente significa offrire alle persone la terapia più appropriata nel momento giusto. La medicina di precisione, in questo caso, non è uno slogan ma uno strumento concreto che consente di raddoppiare la sopravvivenza. La vera novità introdotta per prima in Italia è dunque l’accesso in prima linea.
“Se il nuovo trattamento viene utilizzato solo dopo il fallimento delle terapie standard, il beneficio si perde in larga parte. È intervenendo subito, all’inizio della malattia metastatica, che si ottiene il massimo risultato”
specifica Napolitano.
Cosa può dire la biopsia liquida
Grazie alla biopsia liquida esiste una possibilità di cura anche per i pazienti con tumore del colon avanzato che non risponde più alle terapie standard. Lo dimostrano i risultati di uno studio, promosso dallo stesso Gruppo Oncologico dell’Italia Meridionale (GOIM) in cui ha svolto un ruolo centrale l’Istituto Europeo di Oncologia, pubblicati su Annals of Oncology.
Lo studio, chiamato CAVE-2 GOIM, è stato un trial multicentrico che ha sottoposto ad un trattamento mirato, sulla base del risultato della biopsia liquida, 156 pazienti con tumore del colon refrattario ad almeno due linee di terapia. L’obiettivo dello studio era quello di definire se il ri-trattamento con farmaci inibitori del fattore di crescita epidermico (EGFR) da soli o in combinazione con immunoterapia poteva costituire un’opzione terapeutica in una popolazione di pazienti con ridotte possibilità di cura. Lo studio ha dimostrato l’importanza della biopsia liquida (cioè su sangue) che, rispetto a quella “solida” (cioè su tessuto tumorale), che si effettua inizialmente per fare la diagnosi, è in grado di cogliere tutte le mutazioni e le informazioni sul tumore nella sua crescita e diffusione.
“Dopo progressione alla prima e seconda linea di terapia, i trattamenti disponibili per il tumore del colon-retto avanzato sono purtroppo meno numerosi ed attivi. Il caso tipico è rappresentato dai pazienti con tumori senza mutazioni di RAS/BRAF, per i quali l’utilizzo farmaci inibitori dell’EGFR (Recettore del fattore di crescita epidermico) è una delle terapie più efficaci, ma soltanto in prima linea. In questo scenario, lo studio CAVE-2 GOIM ha voluto indagare se, selezionando ulteriormente questo gruppo di pazienti sulla base della biopsia liquida, era possibile trovare nuove cure più mirate. Abbiamo quindi valutato il potenziale ruolo del ritrattamento con un farmaco anti-EGFR (Cetuximab), in associazione o meno a un farmaco immunoterapico (Avelumab), nel sottogruppo di pazienti che alla biopsia liquida non presentavano “mutazioni di resistenza” (le alterazioni geniche che permettono ad alcuni tumori di resistere, appunto, anche a farmaci a bersaglio molecolare) a Cetuximab. Abbiamo così scoperto che in questi pazienti la sopravvivenza era notevolmente migliore rispetto ai dati storici delle terapie standard approvate, con grande beneficio clinico ed un profilo di tollerabilità favorevole”
spiega Davide Ciardiello, medico della Divisione di Oncologia Medica dei Tumori Gastrointestinali e Neuroendocrini dello IEO, primo autore del lavoro.