Stress cronico, perché non siamo pronti a sopportarlo e quali malattie rischiamo di più

Oggi il corpo si trova esposto a stimoli che non sa gestire e a una serie di imprevisti che impongono una risposta stressogena che sfianca il corpo

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Federico Mereta

Giornalista scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la sua passione, perché crede che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Le statistiche parlano chiaro. Non passa giorno che non si riveli quanto e come lo stress cronico influisca sul benessere, ampliando i rischi di andare incontro a problematiche come infarti, insonnia, malattie reumatologiche, infezioni, quadri infiammatori. Regolarmente giungono ricerche che riportano come la tensione che si mantiene nel tempo induca una serie di mutamenti nell’equilibrio dei vari sistemi di controllo dell’organismo tali da pesare sulla salute.

Forse però, oltre ad indagare i possibili meccanismi organici indotti da queste situazioni sarebbe necessario cercare di interpretare anche quanto e come l’evoluzione stia “accelerando” le nostre modalità di adattamento alle problematiche del mondo che ci circonda e quanto si sia creata una discrepanza tra la risposta dell’organismo allo stress, sostanzialmente sempre uguale a quando ci trovavamo ad essere inseguiti dalle fiere o a cacciarle, e appunto le situazioni che ci pongono a rischio. E come purtroppo, la nostra risposta ci porti verso una condizione di malessere psicofisico.

Una visione antropologica

Insomma: a fronte di un corpo ancora abituato a reagire a stress acuti ed intensi, oggi siamo esposti a stimoli come difficoltà professionali, incertezze economiche, traffico, addirittura informazioni costanti dai social media. Il risultato di queste sollecitazioni sarebbe appunto lo stress cronico, con un pesante tributo che ogni persona paga in termini di salute.
A lanciare l’ipotesi è un’originale ricerca che propone come gli ambienti moderni impongano agli esseri umani esigenze biologiche cui l’evoluzione non ci ha preparato, determinando stress cronico e tutte le conseguenze annesse. Lo studio è stato pubblicato su Biological Reviews ed è stato coordinato dagli antropologi evoluzionisti Colin Shaw dell’Università di Zurigo e Daniel Longman dell’ateneo di Loughborough.

Sostanzialmente l’ipotesi di partenza è che lo stress cronico e molti problemi di salute diffusi derivino da una fondamentale discrepanza tra la nostra fisiologia plasmata dalla natura e gli ambienti altamente industrializzati in cui la maggior parte delle persone vive oggi. Per millenni, infatti, l’uomo si sarebbe lentamente evoluto dalla necessità di rispondere alle esigenze fisiche e psicologiche della vita di cacciatori-raccoglitori. In sintesi: siamo stati abituati a frequenti movimenti, brevi periodi di stress intenso ed esposizione quotidiana agli ambienti naturali. Poi è arrivata la vita moderna. Con l’inizio dell’epoca industriale ci siamo trovati esposti ad inquinamento luminoso, acustico ed atmosferico. Ma soprattutto abbiamo dovuto rispondere a stimoli sensoriali costanti e ripetuti, a sedentarietà prolungata, a luce artificiale. E si tratta solo di esempi di input che in qualche modo hanno modificato il nostro modo di rispondere allo stress.

Cosa è cambiato

Quindi, se tante generazioni fa i nostri progenitori erano in grado di adattarsi in risposta allo stress, al classico leone in arrivo con necessità di difendersi o fuggire, oggi il corpo si trova esposto a stimoli che non sa gestire. Fattori di stress moderni come il traffico, la pressione sul posto di lavoro, i social media e il rumore persistente attivano gli stessi percorsi biologici che un tempo aiutavano gli esseri umani a sopravvivere ai predatori. Ma purtroppo, non sono “passeggeri”. E soprattutto non si attenuano nel tempo. Quindi portano ad una risposta molto intensa del sistema nervoso, ma senza che ce ne sia bisogno. Così, discutendo sul lavoro o muovendosi nel traffico, in pratica ci troviamo ad affrontare una serie di imprevisti che impongono una risposta stressogena, ma senza specifici tempi di ripresa. Così il corpo si sfianca.

Un impatto importante e il ruolo della natura

Nella loro revisione scientifica, Shaw e Longman valutano le ricerche che suggeriscono che il passaggio a una vita industriale e urbana sta riducendo l’idoneità evolutiva umana. Il successo evolutivo dipende sia dalla sopravvivenza che dalla riproduzione, e gli autori sostengono che entrambi siano stati influenzati negativamente dall’inizio dell’industrializzazione. In questo senso, gli esperti mettono in luce come il calo dei tassi di fertilità in gran parte del mondo e l’aumento dei tassi di malattie infiammatorie e autoimmuni siano una sorta di conseguenza indiretta dello stress cronico e degli effetti negativi di questo meccanismo sulle funzioni immunitarie, cognitive, fisiche e riproduttive.

Il problema è che occorre pensare a studiare strategie che attraverso misure specifiche allentino le pressioni sulla psiche e sul fisico delle persone. attive per ridurre queste pressioni, rafforzando il legame con la natura e creando ambienti più sani e sostenibili. Shaw suggerisce di considerare la natura come una componente cruciale della salute pubblica e di proteggere o ripristinare i paesaggi che ricordano quelli in cui gli esseri umani si sono originariamente evoluti. E ricorda come sia necessario ripensare la progettazione urbana per allinearla meglio alla fisiologia umana e al contempo limitare le esposizioni che possono creare problemi.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.