Pensione anticipata, c’è il piano del governo

Nannicini conferma: allo studio il "prestito previdenziale"

Camera e Senato hanno approvato mercoledì le risoluzioni di maggioranza sul Def, il Documento di economia e finanza. Nelle risoluzioni si elencano una serie di suggerimenti non vincolanti al governo. Sulla flessibilità in uscita, cioè la possibilità di andare in pensione anticipatamente, si propongono “interventi selettivi” con “la previsione di ragionevoli penalizzazioni”, in linea con quanto sta studiando il governo in vista delle decisioni che verranno prese a ottobre con la legge di Bilancio per il 2017.

Intanto il sottosegretario Nannicini, parlando coi cronisti de Il Messaggero, ha confermato che non c’è spazio per ipotesi generalizzate di flessibilità in uscita, mentre si sta ragionando sull’ipotesi del “prestito previdenziale” assistito da banche e assicurazioni, che si articolerebbe con modalità diverse su platee selezionate di lavoratori.

Nannicini ha delineato le ipotesi di lavoro su cui a Palazzo Chigi si stanno facendo le opportune verifiche: “Ci sono tre categorie. La prima è quelle delle persone che hanno una preferenza ad andare in pensione prima, ad esempio la nonna dipendente pubblica che vuole accudire i nipotini. La seconda è quella di chi ha necessità di andare in pensione anticipatamente, in quanto ha perso il lavoro e non ha ancora i requisiti d’uscita. La terza categoria sono i lavoratori che l’azienda vuole mandare in pensione prima per ristrutturare l’organico aziendale. Ebbene, si potrebbe provare a creare un mercato di anticipi pensionistici, che oggi non c’è, coinvolgendo governo, Inps, banche, assicurazioni”.

Dal ragionamento di Nannicini viene fuori un’ipotesi di pacchetto previdenziale che riguarda anticipi dell’uscita dal lavoro attraverso forme di “prestito previdenziale”. Nel primo caso di uscita anticipata volontaria fino al massimo di tre anni rispetto ai requisti compensato da una “penalizzazione leggermente più forte” e finanziato dalle banche e poi rimborsato al momento dell’effettivo pensionamento. Nel secondo caso di uscita per necessità per i lavoratori rimasti disoccupati con la penalizzazione che viene “pagata in buona parte dallo Stato”. Nel terzo con i prepensionamenti “sono le aziende a coprire una parte dei costi dell’anticipo, con un’assicurazione a garanzia del rischio morte pagato dallo Stato”. In questo ultimo caso la penalizzazione potrebbe avere gradualità con riferimenti ai redditi bassi, ai lavori usuranti e ai disoccupati.

Tommaso Nannicini sottolinea che: “Al momento è solo una delle ipotesi allo studio, ma potrebbe essere quella che fa quadrare il cerchio tra la forte richiesta di flessibilità e la sostenibilità della finanza pubblica”.

L’ipotesi del prestito previdenziale – una sorta di mutuo per andare in pensione – viene bocciata dai sindacati. “Trovo sia un follia – dice il leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini —. Se uno ha versato contributi per 40-41 anni che prestito dovrebbe fare? Ha già prestato abbastanza soldi lui. Quindi non ci facciamo prendere per il c…: la dico proprio secca”.

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