Negli ultimi anni, soprattutto a causa dello stato preoccupante della previdenza sociale, il destino del Tfr si è legato a quello delle pensioni. Tant’è che a partire dal 1° luglio 2026 è entrata in vigore una norma che destina automaticamente la somma destinata al trattamento di fine rapporto a un fondo di previdenza complementare a 60 giorni dalla firma del contratto, a meno che il lavoratore non comunichi diversamente all’azienda.
Durante le audizioni sulla Manovra di Bilancio tenutesi tra il 2 e il 4 novembre, presso le Commissioni congiunte Bilancio di Camera e Senato, le principali associazioni di categoria del mondo produttivo hanno espresso una forte preoccupazione per gli impatti economici del nuovo silenzio-assenso a 60 giorni, soprattutto perché comporta un altro onere obbligatorio per gli imprenditori.
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Cosa prevede la legge
Con la norma entrata in vigore, la finestra temporale entro cui un lavoratore neoassunto deve decidere la destinazione del proprio Tfr è stata ridotta da sei mesi a soli 60 giorni. Qualora il dipendente non esprima una scelta esplicita entro questo termine, scatta il trasferimento automatico delle somme al fondo pensione negoziale o previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di riferimento.
Il punto critico sollevato dai datori di lavoro riguarda gli obblighi che, secondo la loro lettura, possono derivare da un’adesione implicita. Nei contratti collettivi è infatti stabilito che, quando il dipendente si iscrive al fondo pensione di categoria e decide di versare una propria quota volontaria, il datore di lavoro è tenuto ad aggiungere a sua volta un contributo aziendale, solitamente compreso tra l’1% e il 2% della retribuzione lorda. Le imprese temono che, con l’iscrizione automatica, questo obbligo finisca per riguardare un numero molto più ampio di lavoratori.
Cos’è la portabilità del contributo datoriale
A complicare il quadro c’è poi il tema della portabilità del contributo datoriale. Le nuove regole prevedono infatti che, dopo due anni di permanenza nel fondo di categoria, il lavoratore possa trasferire la propria posizione, e la relativa quota a carico dell’azienda, verso fondi aperti o privati.
Questo aspetto è considerato altamente critico dagli imprenditori. Il timore è che la quota aziendale, pensata dalla contrattazione collettiva per sostenere la previdenza privata, finisca per trasformarsi in un ulteriore costo fisso per le aziende erogato a copertura delle maggiori commissioni di gestione dei prodotti finanziari di banche e assicurazioni.
Per le Pmi è allarme sulla liquidità
Per le piccole e medie imprese questa misura, pensata per rafforzare la previdenza complementare, rischia di trasformarsi in un vero e proprio aumento imprevisto del costo del lavoro. Mentre prima della riforma la scelta di un dipendente di investire il proprio Tfr in un qualsiasi tipo di fondo pensione era consapevole ed eventuale, con l’automatismo le imprese temono che il contributo datoriale diventi una voce di spesa fissa per una platea molto più ampia di nuovi assunti.
Tenendo conto che aziende fino a 50 dipendenti hanno finora usato il Tfr come liquidità di cassa per sostenere spese ordinarie e investimenti, in questo modo si costringe gran parte del tessuto imprenditoriale italiano ad altre misure di finanziamento più onerose, come il credito bancario, soggetto a tassi.
Conguagli retroattivi
Le rimostranze avanzate dalle sigle datoriali riguardano anche gli aspetti gestionali e burocratici. In caso di mancata scelta nei 60 giorni, la decorrenza dell’iscrizione al fondo pensione e l’obbligo del contributo aziendale scattano con effetto retroattivo dalla data di assunzione.
Questo meccanismo costringe i reparti amministrativi delle Pmi a effettuare complessi ricalcoli dei cedolini paga arretrati e ad avviare posizioni contributive a conguaglio, generando costi operativi aggiuntivi e il rischio di sanzioni ufficiose per ritardato versamento dei contributi.
Le richieste del mondo produttivo
Nel corso delle audizioni a Montecitorio e Palazzo Madama, le organizzazioni dell’artigianato e delle piccole imprese hanno depositato proposte di correzione alla disciplina vigente. La richiesta principale è quella di disaccoppiare gli automatismi. Se si garantisce il trasferimento del Tfr con il silenzio-assenso, l’erogazione del contributo datoriale aggiuntivo deve derivare da un’esplicita e volontaria manifestazione di volontà del lavoratore.