Mutui più cari in Italia, sopra la media europea nonostante i tagli della Bce

Nonostante i tagli Bce, i mutui in Italia restano tra i più cari dell’Eurozona: tassi al 3,55% e rate più alte rispetto a Francia e Spagna

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

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Nonostante la Banca Centrale Europea abbia avviato un progressivo allentamento della politica monetaria, le famiglie italiane continuano a sostenere un costo del credito sensibilmente più alto della media europea. Lo rivela uno studio della Fabi, a Federazione Autonoma Bancari Italiani, che fotografa una situazione di persistente svantaggio per chi in Italia accende un mutuo o ricorre a un prestito personale.

L’Italia sopra la media Eurozona

A inizio 2026 il tasso medio sui mutui in Italia si attesta al 3,55%, contro il 3,06% della Francia, il 2,49% della Spagna e una media europea del 3,23%. Un dato che colloca stabilmente il nostro Paese al di sopra della soglia europea, con differenziali che vanno da 21 punti base sul Portogallo (3,34%) fino a 106 punti base sulla Spagna.

Anche rispetto ad altri mercati considerati maturi e comparabili, come Belgio (3,32%), Austria (3,52%), Paesi Bassi (3,09%) e Finlandia (2,77%), l’Italia risulta più cara. In termini pratici, questo divario comporta rate mensili più elevate e un costo complessivo del finanziamento significativamente superiore per chi acquista casa.

2023 2024 2025 2026 2023-2025
Austria 3,38% 3,36% 3,44% 3,52% 3,39%
Belgio 3,60% 2,89% 3,33% 3,32% 3,27%
Finlandia 3,53% 3,01% 3,17% 2,77% 3,24%
Francia 3,62% 3,12% 3,00% 3,06% 3,25%
Germania 3,65% 3,34% 3,73% 3,84% 3,57%
Grecia 4,15% 3,80% 3,81% 3,72% 3,92%
Paesi Bassi 3,34% 2,99% 2,95% 2,90% 3,09%
Italia 4,01% 3,01% 3,42% 3,55% 3,48%
Lussemburgo 4,02% 3,25% 3,74% 3,77% 3,67%
Portogallo 3,86% 3,35% 3,43% 3,34% 3,55%
Spagna 3,21% 2,69% 2,46% 2,49% 2,79%
Media UE 3,63% 3,09% 3,13% 3,23% 3,28%

La lenta discesa dei tassi osservata nel corso del 2024 aveva alimentato aspettative di un progressivo miglioramento. Tuttavia, negli ultimi mesi del 2025 questa tendenza si è interrotta e i tassi sui mutui immobiliari hanno ripreso a salire, confermando il dato elevato registrato a inizio 2026.

Un segnale che la trasmissione delle politiche della Bce al mercato del credito italiano avviene con tempi e modalità diverse rispetto al resto dell’Eurozona.

Perché l’Italia paga di più?

Il fenomeno non è nuovo né casuale. Tra i fattori che contribuiscono a mantenere elevato il costo del credito in Italia figurano:

  • la maggiore percezione del rischio da parte delle banche, legata anche all’elevato stock di crediti deteriorati accumulato negli anni passati;
  • i tempi lunghi della giustizia civile, che rendono più difficile il recupero delle garanzie.

Incide inoltre la struttura del mercato bancario che, in alcune aree geografiche, risulta meno competitiva rispetto ad altri Paesi europei.

A questi elementi si aggiunge la dinamica macroeconomica: in un contesto in cui la crescita italiana resta fragile e il debito pubblico rimane sotto osservazione, le banche tendono a praticare spread più elevati per compensare il rischio Paese.

L’impatto sulle famiglie

Il costo più elevato del credito non è una questione astratta: incide concretamente sulla capacità delle famiglie di accedere alla proprietà abitativa, sostenere i consumi e pianificare investimenti a lungo termine.

Con tassi sui mutui superiori di oltre un punto percentuale rispetto alla Spagna, una famiglia italiana che accende oggi un mutuo da 200.000 euro a 25 anni può arrivare a pagare decine di migliaia di euro in più di una famiglia spagnola nelle stesse condizioni.

Sileoni: “Quadro incerto con il rischio di nuovi rialzi”

Le evidenze dello studio sono commentate dal segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni:

è il segnale che la trasmissione della politica monetaria è ancora incompleta e che i benefici per famiglie e imprese arrivano con lentezza e in modo diseguale. In un contesto internazionale tornato più instabile, questo ritardo diventa ancora più preoccupante. Le tensioni geopolitiche e il nuovo shock energetico rischiano infatti di riaccendere l’inflazione, proprio in Europa, particolarmente sensibile alle dinamiche dei prezzi dell’energia.

Se così fosse, prosegue Sileoni, “non si potrebbe escludere che la Bce sia costretta a valutare nuovi interventi sui tassi”.