Sugli affitti brevi è scontro aperto fra il Governo Meloni e la Regione Emilia-Romagna, guidata da un’amministrazione di centro-sinistra.
L’Emilia-Romagna, con legge regionale, ha approvato un provvedimento che introduce una destinazione d’uso urbanistica specifica denominata “locazione breve“. A doversi adeguare sarà chi affitta immobili stabilmente per l’ospitalità turistica.
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Affitti brevi, Governo contro Emilia-Romagna
Il Consiglio dei Ministri ha impugnato il provvedimento che risale a dicembre e ha innescato un contenzioso che riguarda di fatto una serie di temi: concorrenza, libertà di impresa, proprietà privata e riparto di competenze tra Stato e Regioni.
La norma regionale attribuisce ai Comuni un ruolo centrale: individuare le aree dove concentrazioni eccessive di affitti brevi producono effetti distorsivi come espulsione dei residenti, pressione sui servizi e trasformazione dei tessuti urbani. La ricognizione sarà funzionale a fissare limiti percentuali, vietare frazionamenti o interventi edilizi funzionali esclusivamente ad aumentare l’offerta turistica.
A ciò si aggiungono standard rafforzati in materia di sicurezza, igiene, conformità impiantistica ed efficienza energetica, oltre alla leva fiscale sugli oneri di urbanizzazione con margini di modulazione fino al 30%.
Le aliquote sugli affitti brevi
Secondo il Governo, invece, la legge regionale invaderebbe ambiti di competenza statale e altererebbe il quadro concorrenziale, introducendo barriere amministrative all’ingresso per piccoli proprietari e operatori. Sullo sfondo c’è anche la recente stretta fiscale nazionale sugli affitti brevi (aliquota al 21% fino a due immobili e 26% dal terzo in poi) che segnala una linea più orientata alla regolazione fiscale che a quella urbanistica.
Per l’esecutivo, la disciplina delle attività economiche e delle piattaforme di intermediazione richiede cornici uniformi, non un mosaico di regole regionali potenzialmente una diversa dalle altre.
Sullo sfondo, c’è un precedente giurisprudenziale che ha il suo peso, ovvero la decisione della Corte costituzionale che ha respinto il ricorso del Governo contro il Testo unico sul turismo della Toscana. In quell’occasione, la Consulta ha riconosciuto alle Regioni competenze in materia di turismo e governo del territorio, legittimando la possibilità per i Comuni ad alta densità turistica di delimitare zone con criteri e limiti specifici per le locazioni brevi.
Il principio di fondo: quando l’uso turistico è stabile e organizzato, la previsione di una destinazione d’uso turistico-ricettiva non è irragionevole, perché incide sul governo del territorio più che sulla libertà d’impresa in senso stretto.
Intanto nei vari territori ci si muove in ordine sparso: la Puglia ha introdotto la Comunicazione di inizio attività per le locazioni turistiche non imprenditoriali, Roma studia limiti mirati nel centro storico, Bologna è già intervenuta sul fronte regolatorio.
Affitti brevi, pro e contro
Da un lato c’è chi teme che, nelle città più ambite dal turismo di massa, la conversione massiva di abitazioni in alloggi per soggiorni brevi riduca l’offerta di locazioni di lungo periodo, alimentando il costo dei canoni e producendo un effetto di desertificazione residenziale dei centri storici. Dall’altro lato, il Governo teme che interventi troppo prescrittivi comprimano l’iniziativa economica e disincentivino investimenti in riqualificazione immobiliare.
In Italia il dibattito è più recente che altrove, ma in Paesi ad alta vocazione turistica come Spagna e Grecia sono già state introdotte regolamentazioni stringenti, con risultati alterni e non sempre risolutivi.