Addio settimana corta: l’alternativa da 5 giorni liberi

Il mondo del lavoro si riorganizza ma non solo attraverso la settimana corta da quattro giorni: ecco l'alternativa tra pro e contro

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Miriam Carraretto

Giornalista politico-economica

Esperienza ventennale come caporedattrice e giornalista, sia carta che web. Specializzata in politica, economia, società, green e scenari internazionali.

Si fa un gran parlare della settimana lavorativa corta, che ha sempre maggiori ammiratori tra i Paesi dell’Unione europea e non solo. Svariati test sono stati attuati ma in Italia, ad oggi, non vi sono altro che tavoli di discussione e iniziative private.

Una sperimentazione è stata avviata in tal senso nel Regno Unito, coinvolgendo 61 aziende (56 hanno scelto di non tornare indietro). Dal 15 febbraio 2023 questa trasformazione ha avuto inizio in Belgio, mentre nei Paesi scandinavi è quasi ovunque una realtà ormai da tempo. Anche la Spagna ha seguito tale modello ma, viene da chiedersi, è davvero l’unico attuabile? Esiste un’alternativa alla settimana lavorativa corta che possa garantire una migliore simbiosi tra vita privata e lavorativa?

Cos’è il modello bisettimanale

Ci sono tre differenti tipologie d’approccio alla settimana lavorativa corta. Da una parte abbiamo chi approva il modello e accetta le evidenze in termini di stress ridotto e parità (se non aumenti) di produzione. Dall’altra parte c’è chi rifiuta a priori il cambiamento e con esso la necessità di un differente approccio al lavoro.

Generalmente si tratta dello stesso gruppo di individui che osteggia il lavoro da remoto, avendo la necessità di controllare i propri dipendenti, nonostante le positive evidenze statistiche riguardanti i livelli di produzione di chi opera in smart working.

C’è però una categoria che si pone nel mezzo, alla ricerca di un sistema alternativo, che tenga conto di quelli che sono i dubbi di alcune aziende in merito all’impianto basato su quattro giorni di impiego: pressione sui lavoratori derivante dal maggior carico quotidiano, al fine di fronteggiare un giorno di produzione in meno. E disponibilità data ai clienti nel corso dell’intero orario di lavoro, quasi senza micro pause, a seconda della tipologia di impiego.

In questo scenario trova posto un modello di riduzione del lavoro su base bisettimanale. Questo, per esprimere il concetto in chiave molto sintetica, consiste in 9 giorni di lavoro e 5 liberi.

Modello bisettimanale: pro e contro

L’alternativa alla settimana lavorativa corta prevede cinque giorni di impiego canonici, seguiti da quattro. Ciò consente ai dipendenti di usufruire di 24 ore extra ogni 14 giorni, in aggiunta al fine settimana già previsto.

Nella maggior parte degli esperimenti posti in essere il giorno di riposo in più è il venerdì. Ogni azienda, però, attua le proprie differenziazioni, come dimostra il fatto che alcuni richiedano ai dipendenti di spalmare quelle “ore perse” sugli altri giorni.

Che si tratti di un modello a lungo termine o di un ponte verso la settimana lavorativa corta, l’ipotesi del sistema bisettimanale ha i suoi pro e contro.

Tra i vantaggi, certamente i livelli di produttività restano nella media e in alcuni casi aumentano, a seconda del settore di riferimento. Migliori anche le condizioni di vita dei dipendenti, in grado di destreggiarsi con maggior relax tra vita privata e d’ufficio;

Tra gli svantaggi, invece, c’è il fatto che per alcune aziende questa soluzione non è adattabile a tutti i settori. In svariati casi, come nell’ambito delle pubbliche relazioni, vi è bisogno di contatti quotidiani con i clienti. Per riuscire a orchestrare il tutto occorre far ricorso a delle turnazioni, che però rischiano di dividere il gruppo di lavoro in due, con differenti scadenze e maggiore stress.