La tossicodipendenza è uno dei temi più delicati nel diritto del lavoro. Soprattutto quando si riferisce a chi svolge mansioni ad alto rischio, come quelle degli autisti di mezzi pubblici. La Corte di Cassazione con la sentenza 2375/2026 chiarisce, però, un principio di importanza generale: la volontà di curarsi, oltre a tutelare la salute individuale, può salvare il posto. E questo anche in presenza di fatti potenzialmente molto gravi.
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Autista positivo ai test e licenziato dall’azienda: il caso
I fatti riguardavano un autista di autobus, dipendente di una società di trasporto pubblico di Roma, risultato positivo ai test per l’assunzione di sostanze stupefacenti. Dopo la sospensione, la conferma della positività presso l’Asl e la contestazione disciplinare (anche per non aver comunicato una anteriore dipendenza), l’azienda datrice aveva deciso di licenziarlo per giusta causa.
L’uomo non aveva informato il datore né il medico competente di essere in cura al SerD (servizio per le dipendenze) da 11 anni. Secondo l’azienda, questa omissione metteva gravemente a repentaglio la sicurezza dell’esercizio del servizio trasporti e l’incolumità sua e dei passeggeri. Parallelamente, l’uomo non aveva fatto richiesta al medico competente, o al datore, di un periodo di astensione o di una visita medica.
L’esito del giudizio in appello
L’autista di mezzi pubblici aveva impugnato in tribunale il provvedimento di recesso, ricevendo però una bocciatura da parte del giudice del lavoro. Ma, in appello, la corte territoriale ha ribaltato tutto:
- dichiarando illegittimo il licenziamento in tronco del lavoratore tossicodipendente;
- ordinando la reintegra nel posto di lavoro, con le tutele dell’art. 18 comma 4 dello Statuto dei Lavoratori.
La magistratura ha richiamato l’orientamento giurisprudenziale della Cassazione. Ha evidenziato che, nel corso del procedimento disciplinare, il dipendente — risultato positivo ai test — aveva manifestato la volontà di intraprendere un percorso di disintossicazione, poi effettivamente avviato. In base alla legge e alle indicazioni della Conferenza Stato-Regioni, è una circostanza che esclude la fondatezza dell’espulsione.
La corte d’appello ha altresì precisato che un accordo sindacale, stipulato alcuni anni prima, non introduceva deroghe alla disciplina di tutela. Anche la gravità dei fatti contestati, è stata ritenuta “sterilizzata” dalle norme di favore a tutela dei lavoratori tossicodipendenti, di cui al DPR n. 309/1990. Da qui la conclusione: il licenziamento era illegittimo e il lavoratore aveva diritto alla reintegrazione.
Il punto chiave: la volontà di disintossicarsi
L’azienda datrice si è rivolta alla Cassazione, ma invano. Il dipendente, pur tossicodipendente, ha diritto a conservare il posto per un elemento decisivo: la dichiarazione — tra il test positivo e l’incolpazione disciplinare — di voler iniziare un percorso di disintossicazione. Lo aveva ribadito durante l’audizione disciplinare, successivamente avviando l’iter terapeutico. Per i giudici di piazza Cavour, questo è sufficiente per attivare la tutela prevista dalla legge.
In proposito, le norme sono limpide grazie al citato DPR 309/1990, ossia il Testo unico sulla disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.
Non a caso, la sentenza 2375/2026 della Corte di Cassazione si basa su due regole fondamentali della normativa:
- diritto alla conservazione del posto (art. 124) — il lavoratore tossicodipendente ha diritto a restare, se decide di sottoporsi a un programma riabilitativo-terapeutico e nel periodo, il rapporto è sospeso e c’è un’aspettativa non retribuita (è possibile fermarsi per curarsi, ma senza perdere l’occupazione);
- sicurezza sul lavoro (art. 125) — quando il lavoratore svolge mansioni rischiose, come guidare un autobus, il datore deve sospenderlo immediatamente ma non è obbligato a licenziarlo, dato che la priorità resta la sicurezza, ma senza sacrificare per forza il contratto.
Perché il licenziamento è stato considerato illegittimo
Per risolvere la disputa, la Suprema Corte evidenzia un principio molto importante: la funzione della legge è favorire la guarigione del lavoratore, non punirlo in ogni caso. Nella vicenda, la gravità della condotta dell’uso di droghe con guida di mezzi pubblici è stata “neutralizzata” dalla scelta del percorso di cura.
Non a caso, nella sentenza 2375/2026 i giudici parlano di un vero e proprio bilanciamento di interessi:
- sicurezza e disciplina aziendale;
- diritto alla salute e riabilitazione del lavoratore.
Se il dipendente dimostra concretamente la sua volontà di porre fine alla dipendenza da droghe, tutelando la propria salute, salva contratto, rapporto e reddito da lavoro.
Cosa succede se il lavoratore nasconde la dipendenza
L’autista di trasporto pubblico era seguito dal Sert da anni, ma non aveva mai informato l’azienda. Ciononostante, la Corte ha comunque riconosciuto la tutela del posto. Infatti, il legislatore privilegia il recupero psico-fisico della persona, anche se in passato non è stata trasparente .
Vero è che l’azienda sosteneva che il comportamento del lavoratore violasse il cosiddetto minimo etico per aver messo a rischio passeggeri e mezzi. Ma la Cassazione ha respinto anche questo argomento perché:
- nel processo, non è stato dimostrato un pericolo concreto;
- il rischio è eliminato dalla sospensione dalle mansioni durante la cura.
In breve: senza un pericolo reale e attuale, il licenziamento disciplinare non regge.
Ricapitolando, il giudice d’appello è giunto a conclusioni condivisibili e la Cassazione ha così bocciato il ricorso dall’azienda datrice. Quest’ultima è stata anche condannata al pagamento delle spese processuali.
Che cosa cambia per aziende e lavoratori
Quando, come in questo caso, il licenziamento vìola la legge, scattano tutele forti come la reintegra nel posto di lavoro, il risarcimento delle retribuzioni perse e il versamento dei contributi arretrati. Vale, infatti, la tutela prevista dall’art. 18, comma 4, dello Statuto dei Lavoratori.
Il test positivo è e resta un dato sanitario, non una colpa disciplinare in sé. Le aziende devono saperlo in anticipo per evitare la “doccia fredda” dell’annullamento del licenziamento in tribunale.
D’altra parte la tempestiva attivazione del medico competente per la valutazione di idoneità, la documentazione della sospensione o dei cambi di mansione per ragioni di sicurezza e la verifica dell’effettivo percorso di cure, sono elementi che eviteranno a ogni impresa di adottare provvedimenti “d’impeto” e contestabili in aula.
Il principio finale è uno solo: la riabilitazione del lavoratore tossicodipendente, pur positivo ai test antidroga e accertamenti medici, viene prima della punizione. La portata giurisprudenziale della sentenza 2375/2026 si rivolge a tutti i datori di lavoro, indipendentemente dal loro settore di attività. Se un qualsiasi lavoratore manifesta la volontà di curarsi e avvia un percorso terapeutico, può essere sospeso ma non cacciato.
D’altronde il lavoro non è solo produttività, ma anche strumento di (re)inserimento o recupero sociale. E quando una persona sceglie di curarsi, la legge — e i giudici — scelgono sempre di darle una seconda possibilità.