Dyson approva un nuovo piano di licenziamenti: via circa un terzo dei propri dipendenti

Dyson pronta a un piano di licenziamenti consistente che taglierà circa un terzo dei dipendenti del Regno Unito: il fondatore assicura che la R&S resterà operativa in Uk, ma per i dipendenti l'azienda vuole spostare l'intero comparto a Singapore.

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Riccardo Castrichini

Giornalista

Nato a Latina nel 1991, è laureato in Economia e Marketing e ha un Master in Radio, Tv e Web Content. Ha collaborato con molte redazioni e radio.

L’azienda britannica Dyson ha deciso di avviare un corposo piano di licenziamenti dei propri dipendenti per, come dicono dai vertici aziendali, farsi trovare preparata al futuro degli agguerriti e competitivi mercati globali. Il celebre marchio di aspirapolveri, purificatori d’aria e asciugacapelli lascerà a casa circa un terzo della propria forza lavoro, circa mille persone, attualmente impiegate in Regno Unito (in totale 3.500 dipendenti). Interessate dal piano di licenziamenti sono nello specifico le sedi Dyson di Wiltshire, Bristol e Londra.

I motivi dei licenziamenti Dyson

A chiarire le ragioni che stanno spingendo l’azienda verso il nuovo piano di licenziamenti è stato l’amministratore delegato di Dyson, Hanno Kirne, che ha parlato della difficoltà di operare “in mercati globali sempre più agguerriti e competitivi”. Per l’ad, l’azienda di aspirapolveri deve mantenere il suo carattere “imprenditoriale e agile” per riuscire a navigare nelle incerte acque del futuro, anche se la scelta presa è “incredibilmente dolorosa per il suo impatto sui colleghi vicini e di talento”. Kirne ha anche assicurato che le persone a rischio saranno “sostenute durante il processo di licenziamento“.

La crisi di Dyson

Dyson è un azienda leader nel campo delle aspirapolveri, dove da sempre si è contraddistinta per la sua grande innovazione figlia di un sviluppato comparto di ricerca e sviluppo interno. Proprio il potenziamento del 40 per cento di quest’ultimo, tuttavia, starebbe causando non pochi problemi a un’azienda che finora è stata sempre in un buono stato di salute.

A quanto detto si aggiunge anche il fatto che il fondatore dell’azienda, Sir James Dyson (patrimonio da 20 miliardi di sterline), è da lungo tempo in conflitto con le politiche economiche che vengono adottate in Regno Unito, tanto che nel 2019 aveva preso la decisione di spostare la sede a Singapore. La scelta non era certo casuale, visto che la produzione dell’azienda è svolta in buona parte in Asia, dove sono presenti anche le catene di approvvigionamento. E ancora, Singapore gode di un accordo di libero scambio con l’Unione europea, il che agevola non poco la produzione dei prodotti Dyson fuori dai confini nazionali del suo Paese natale.

Per James Dyson, dunque, il governo del Regno Unito con le sue imposte elevate disincentiva gli imprenditori che, in questo modo, non hanno altre alternative che investire in “economie moderne e lungimiranti”. A completezza di quanto detto, si ricorda che ad aprile 2023 l’imposta sulle società nel Regno Unito è passata dal 19 al 25 per cento, cui vanno aggiunti ovviamente anche i maggiori costi per l’energia.

In Regno Unito solo la ricerca e sviluppo di Dyson

James Dyson, nell’annunciare il piano di licenziamenti, ha precisato che il Regno Unito resterà un centro vitale per la ricerca e lo sviluppo, anche se le sue parole sono state smentite da un rappresentante dei dipendenti che ha ricevuto l’avviso per la cessazione del lavoro. Come riportato dallo stesso alla Bbc, in Regno Unito è rimasto solo l’edificio del reparto ricerca e sviluppo, mentre tutti i lavoratori sono usciti fuori.

“Tutto in netto contrasto con la promessa di James che la ricerca e lo sviluppo sarebbero rimasti nel Regno Unito anche dopo il trasferimento della sede centrale di Singapore – ha detto il lavoratore Dyson prossimo al licenziamento – Crediamo che questo sia ovviamente per ridurre i costi utilizzando le nostre controparti del Sud-Est asiatico che sono più economiche da assumere”.