Quante opportunità in più nella moda, se fosse green

Secondo una recente indagine, emerge che in Italia all'aumentare delle dimensioni dell'azienda cresce l'adozione di strumenti per la gestione della sostenibilità

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Matteo Paolini

Giornalista pubblicista

Nel 2012 ottiene l’iscrizione all’Albo dei giornalisti pubblicisti. Dal 2015 lavora come giornalista freelance occupandosi di tematiche ambientali.

Il mercato globale della filiera della moda sta crescendo in modo sostenuto, ma solo una minima parte di esso sta attuando modelli di economia circolare. In Italia, la gestione della sostenibilità è influenzata dalla piccola dimensione delle imprese. A livello globale la mancanza di dati precisi impedisce di misurare e valutare gli impatti del settore in ambito ambientale e sociale. Questa è la fotografia di “Just Fashion Transition”, lo studio coordinato da Carlo Cici, Partner e Head of Sustainability di The European House – Ambrosetti, che mette in evidenza le criticità e le opportunità della transizione sostenibile nel settore della moda.

I fattori trainanti del settore moda

I tre principali fattori che guideranno l’industria della moda nei prossimi anni saranno il fast fashion, le tecnologie digitali e i giovani. Le aspettative del settore sono per una crescita annua globale di circa il 6% (anche +7,9% annuo entro il 2026 se si considera solo il fast fashion). La velocità di produzione dei capi di abbigliamento è aumentata negli ultimi 30 anni, passando dai 9 mesi degli anni ’90 ai 3 giorni del 2020.

Allo stesso tempo, i prezzi dei capi di abbigliamento sono diminuiti: in Gran Bretagna, dal 1995 al 2014 il costo dei vestiti è diminuito del 54%, mentre gli altri beni di consumo sono aumentati del 49%. Nel complesso, le pratiche di economia circolare del settore, come la rivendita, il noleggio, la riparazione e il rifacimento, sono ancora limitati al 3,5% del mercato globale.

Mancanza di dati

Non ci sono dati precisi sugli impatti ambientali e sociali del settore moda. Oggi si possono solo fare stime che producono risultati molto diversi tra loro: ad esempio non si sa quanto inquinamento produce il settore – che si stima sia tra il 2 e l’8,1% delle emissioni globali.

Così come non si sa quanta acqua si consuma, dove la stima più alta è tre volte superiore alla più bassa (215 contro 79 miliardi di metri cubi), se poi si scende nel particolare per verificare il consumo d’acqua necessario a produrre un paio di jeans, la differenza supera le cinque volte (20.000 contro 3.781 litri). In Europa, dove sono stati costruiti set consolidati, i dati ambientali sono molto più affidabili e dimostrano che il 75% delle esternalità negative è prodotto fuori dall’Unione europea.

La spinta dell’Unione europea verso la sostenibilità

Sono i regolatori, quindi le istituzioni internazionali, a spingere per la sostenibilità, in particolare l’Unione Europea, con l’introduzione di strumenti obbligatori o volontari che mirano a standardizzare la misura della sostenibilità di aziende e prodotti. Strumenti che cercano sempre di aumentare il livello di trasparenza dei marchi e renderli responsabili della filiera di riferimento.

La necessità dell’intervento dei regolatori risiede nel limitato funzionamento dei sistemi di certificazione e rating. Gli oltre 600 rating ESG disponibili sul mercato non sembrano in grado di produrre i cambiamenti attesi, complice il fatto che i consumatori sembrano poco propensi a sostenere da soli il peso di comportamenti di acquisto responsabile dal punto di vista ambientale e sociale

Una ricerca effettuata su 19 mila consumatori rivela che se l’80% si dichiara preoccupato per la sostenibilità solo una fetta minoritaria, tra l’1 e il 7%, ha acquistato prodotti con prezzo maggiorato in quanto sostenibili. In altre parole, l’interesse dei consumatori alla sostenibilità è 24 volte maggiore della loro disponibilità a pagare per averla.

La sostenibilità delle aziende va di pari passo con le loro dimensioni

Se in Europa le principali aziende della moda si concentrano sui temi ambientali, in particolare sul clima, con rendicontazioni e obiettivi specifici relativi a emissioni di CO2 e l’utilizzo delle materie prime. The European House – Ambrosetti ha condotto un’indagine sulla dimensione e la marginalità di oltre duemila aziende italiane del settore, da cui risulta la prevalenza di imprese di piccola taglia dove circa la metà ha fatturati annui inferiori ai 5 milioni di euro e solo il 3% supera i 50 milioni.

Dall’indagine si evince che la marginalità dei brand è superiore, ma più volatile, rispetto a quella delle imprese della filiera, Per la prima volta è stata inoltre condotta una valutazione sulla sostenibilità di 167 aziende della filiera italiana della moda da cui emerge che all’aumentare delle dimensioni cresce l’adozione di strumenti per la gestione della sostenibilità, come il monitoraggio delle performance di sostenibilità, la presenza di figure dedicate, l’ottenimento di certificazioni di processo e di prodotto, l’analisi di materialità, la misurazione delle emissioni, la rendicontazione e valutazione dei diritti umani dei fornitori.

L’80% degli attori della filiera afferma di ricevere pressioni dai brand per l’adozione di strategie di sostenibilità, mentre la pressione dei brand induce il 53% delle aziende a certificare prodotti e processi.