L’agricoltura italiana accelera sul fronte della sostenibilità e dell’economia circolare, ma lo fa soprattutto grazie agli sforzi diretti delle imprese. I dati più recenti diffusi dall’Istat a fine febbraio 2026 fotografano infatti un settore in trasformazione: nel 2024 oltre la metà delle aziende agricole, pari al 53,7%, dichiara di aver introdotto pratiche legate all’agricoltura circolare.
Si tratta di un segnale importante per un comparto che negli ultimi anni ha dovuto affrontare contemporaneamente pressioni ambientali, aumento dei costi di produzione e nuove richieste di sostenibilità da parte del mercato. Tuttavia, le maggior parte delle pratiche green sono finanziate dalle imprese con risorse proprie.
Indice
L’agricoltura circolare prende piede nelle aziende
Il concetto di agricoltura circolare si basa sull’idea di ridurre gli sprechi, riutilizzare le risorse e trasformare i sottoprodotti agricoli in nuove materie utili, seguendo i principi dell’economia circolare.
Secondo l’indagine dell’Istat, più della metà delle imprese agricole italiane ha già avviato almeno una pratica riconducibile a questo modello, ma la diffusione non è omogenea sul territorio.
La propensione a innovare, in questo senso, è più elevata nel Nord Est, dove il 63,7% delle aziende ha introdotto pratiche di agricoltura circolare.
Tra le grandi imprese agricole l’adozione sale al 75,8%, probabilmente perché si tratta di realtà che dispongono di maggiori risorse economiche, personale specializzato e accesso al credito, elementi che facilitano l’introduzione di nuove tecnologie e modelli produttivi sostenibili.
Perché le aziende passano all’agricoltura circolare
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda il processo decisionale che porta all’innovazione. Nel settore agricolo italiano la spinta verso l’agricoltura circolare nasce prevalentemente dall’interno delle imprese.
Ben l’86,6% delle decisioni favorevoli all’introduzione di innovazioni green è maturato direttamente all’interno delle aziende. Sono cioè gli stessi imprenditori agricoli a riconoscere la necessità di cambiare modelli produttivi e a promuovere nuove strategie.
Anche in questo caso si osservano differenze territoriali. Nel Nord Est la quota raggiunge il 91%, mentre nel Nord Ovest si attesta all’85,3%. Nel Mezzogiorno la percentuale resta comunque elevata, con l’82,3% nel Sud e l’83,8% nelle Isole, segno che la consapevolezza sull’importanza dell’innovazione sostenibile è ormai diffusa in tutto il Paese.
Accanto alle decisioni interne, esistono anche canali esterni che influenzano le scelte delle aziende agricole.
Il principale è rappresentato dalle associazioni di categoria, che incidono nel 28,3% delle decisioni pro-innovazione. Il loro ruolo è particolarmente rilevante nelle regioni meridionali, dove la percentuale sale al 37% nel Sud e al 31,3% nelle Isole.
In questi contesti, le associazioni aiutano spesso a colmare carenze informative o a facilitare l’accesso ai programmi di finanziamento.
Un’altra leva importante è rappresentata dalle reti tra operatori del settore.
I suggerimenti provenienti da altri agricoltori o imprese della filiera incidono infatti nel 10,4% delle decisioni. Questo fenomeno è ancora più marcato nel Mezzogiorno, dove la quota raggiunge il 14,9% nel Sud e l’11,3% nelle Isole, a dimostrazione del valore delle relazioni professionali e delle comunità agricole locali.
Più marginale, invece, il contributo degli imprenditori non agricoli, che influenzano solo il 2,9% delle scelte aziendali. Infine, circa il 9,7% delle aziende indica canali diversi da quelli principali, con percentuali più alte nel Centro (14,5%), nel Sud (14,5%) e nelle Isole (13,5%).
La transizione green pagata soprattutto dagli agricoltori
Se l’innovazione nasce in gran parte all’interno delle aziende, anche il suo finanziamento segue una logica simile. Il 76,5% delle imprese agricole infatti ha introdotto innovazioni tecniche o gestionali utilizzando risorse proprie. La maggioranza delle aziende si autofinanzia per rendere le proprie attività più sostenibili.
Nel Nord Est l’autofinanziamento raggiunge l’82,2%, mentre nel Nord-ovest e nel Centro si aggira attorno al 74%. Nel Sud la quota scende al 68,6%, non tanto per una minore propensione all’innovazione quanto per una maggiore dipendenza da strumenti di sostegno pubblico.
I finanziamenti pubblici europei e nazionali
Tra gli strumenti di sostegno più importanti rimane la Politica Agricola Comune (Pac) dell’Unione europea.
Secondo i dati Istat, il 40,3% delle aziende agricole ha utilizzato fondi della Pac per finanziare investimenti innovativi, soprattutto nelle regioni meridionali. Il 59,7% delle aziende del Sud e il 54,5% di quelle delle Isole dichiara di avervi fatto ricorso. Nel Centro la percentuale è pari al 52,6%.
Nel Nord, invece, l’utilizzo dei fondi europei è più contenuto: 33,9% nel Nord-ovest e 25% nel Nord-est. Questo divario è spesso spiegato con una maggiore disponibilità di risorse interne o di altre forme di finanziamento privato nelle regioni settentrionali.
Oltre alla PAC, anche i sostegni pubblici nazionali contribuiscono al processo di innovazione. Complessivamente il 39,6% delle aziende dichiara di aver utilizzato fondi pubblici diversi da quelli europei. Il ricorso è ancora una volta più elevato nel Centro e nel Mezzogiorno, mentre nel Nord le aziende tendono a fare maggiore affidamento su capitali propri o su strumenti di credito.