Covid, test sierologico e anticorpi: i valori che confermano l’immunità dopo il vaccino

Quanto è importante fare un test sierologico dopo aver fatto il vaccino? E cosa ci dice la presenza (o meno) di anticorpi in merito alla possibilità di ammalarsi di Covid una volta ricevuta sia la prima che la seconda dose?

Il test sierologico conferma la presenza di pochi anticorpi dopo il vaccino Covid, che fare? Bisogna preoccuparsi?

Non sempre l’aver completato il ciclo vaccinale assicura a tutti – e allo stesso modo – lo sviluppo di anticorpi Covid. Vi sono stati dei casi, infatti, in cui in alcuni pazienti (i quali hanno ricevuto sia la prima che la seconda dose) è stata rilevata una contenuta risposta anticorpale. Ma un test sierologico è davvero in grado di dirci se il vaccino ha fatto il suo effetto o meno?

Efficacia vaccino Covid, il test sierologico non basta

Esperti, scienziati e medici sono concordi nell’affermare che un test sierologico non è in grado, di per sé, di fornire un quadro completo su come il nostro corpo ha reagito al vaccino. Può “misurare” la risposta immunitaria, ma non è in grado di dirci se il vaccino anti Covid ha funzionato su una persona che lo ha ricevuto.

I test anticorpali – o test sierologici – sono progettati per rilevare se una persona era stata precedentemente infettata e guarita dal virus. Gli anticorpi di solito si manifestano da sette a 11 giorni dopo l’infezione. Tuttavia, secondo la FDA (Food and Drug Administration statunitense), non è chiaro per quanto tempo gli anticorpi rimangono nel corpo di qualcuno che è stato infettato da un virus. Gli studi suggeriscono che alcuni anticorpi potrebbero persistere fino a sei o otto mesi, ma non dicono niente di certo sulla protezione che offrono questi “anticorpi naturali”. Per questo motivo, ad oggi, i ricercatori concordato sul fatto che anche chi è guarito dal Covid deve comunque sottoporsi al vaccino (qui lo studio che spiega perché l’immunità garantita dal vaccino è migliore di quella naturale).

I test sierologici vengono eseguiti prelevando un campione di sangue da un soggetto, che viene analizzato poi in laboratorio per vedere se sono presenti anticorpi, segno questo che il sistema immunitario della persona ha recentemente combattuto contro il virus. Un risultato negativo implica che non ci sono abbastanza anticorpi nel sangue di una persona, perché magari quest’ultima non ha mai contratto il virus.

Questi test, pertanto, nascono per essere utilizzati come strumento di verifica, ovvero per affermare con certezza se c’è stata o meno una precedente infezione da COVID-19. Difatti, sono particolarmente utili per determinare se una persona è stata esposta al Coronavirus senza mai accorgersene (perché magari asintomatica). Il loro impiego, dunque, non è quello di provare se un vaccino è stato efficace o meno.

Una mancanza di anticorpi rilevati non significa che una persona vaccinata non abbia sviluppato una risposta immunitaria protettiva adeguata. Perché quello che conta più in questi casi non è tanto il numero di anticorpi, ma la memoria immunitaria.

Covid: perché l’efficacia del vaccino non dipende dal numero di anticorpi

La FDA statunitense, lo scorso maggio, aveva spiegato che: “sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere il significato di un test anticorpale positivo o negativo, al di là della presenza o assenza di anticorpi”.

Il messaggio era contenuto in una nota indirizzata al pubblico e agli operatori sanitari, con la quale veniva specificato che i risultati dei test sugli anticorpi SARS-CoV-2 attualmente autorizzati non devono essere utilizzati per valutare il livello di immunità o protezione al COVID-19 di una persona in qualsiasi momento, e soprattutto dopo che la stessa ha ricevuto il vaccino.

Concorde con questa posizione anche l’immunologo Lorenzo Emmi, che a Repubblica ha spiegato che: “la risposta immunitaria non è mai uguale e dipende da persona a persona, anche per aspetti genetici”. Il numero di anticorpi così come il risultato di un test sierologico, infatti, non sono in grado di chiarire il “livello specifico di immunità o protezione dall’infezione da SARS-CoV-2”.

Quello che invece ci assicura il vaccino, per proteggerci dall’infezione Covid, è lo sviluppo di una “memoria immunitaria“, ovvero la capacità del sistema immunitario di riconoscere rapidamente e in modo specifico un antigene che il corpo ha precedentemente incontrato e di avviare una corrispondente risposta immunitaria. E “Il vaccino offre sempre una protezione immunitaria, anche dove la risposta anticorpale è modesta“, ha aggiunto Emmi.

Test sierologici: cosa dicono gli esperti

Alla luce di quanto ricerche e studi scientifici confermano in merito alla risposta immunitaria in un paziente, i pareri degli esperti sui test sierologici, e l’importanza di farli o meno dopo il vaccino, sembrano tutti convergere su un punto: farli può aiutare con il tracciamento del virus, ma non ci dice nulla sull’efficacia del vaccino.

“Contare gli anticorpi non spiega tutto” ha di recente affermato il virologo del Policlinico Gemelli, Roberto Cauda a Il Giornale: “gli anticorpi vengono prodotti nei confronti della proteina Spike, che è una componente del virus. Ma quando ci si ammala, o quando ci si vaccina, si crea una doppia risposta. La prima è la risposta anticorpale, cioè quella legata alla produzione di anticorpi, che si calcolano attraverso un prelievo di sangue. La seconda è una risposta cellulare, che è più difficile da calcolare”

Secondo l’immunologo Sergio Abrignani, invece, “non esiste un test universale” e inoltre “non sappiamo a quale livelli di anticorpi corrisponda la protezione”. Per questo motivo “è sbagliato pensare che avendo una quantità alta di anticorpi si possa rinunciare alla seconda dose”.

Per il Direttore Sanitario dell’IRCCS, Lorenzo Pregliasco: “Ad oggi non abbiamo ancora dei test completamente standardizzati. Non c’è ancora un metodo che ufficializza la forza della protezione”. In un’intervista rilasciata a Il Messaggero, ha difatti spiegato che “il test sierologico ci dà un’idea della risposta, ma non c’è ancora un’analisi dell’immunità cellulare. Quindi non c’è l’esigenza di farlo” dopo il vaccino.

Sempre al Messaggero, invece, Roberto Cadua, professore ordinario di Malattie infettive presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sui test sierologici ha detto: “Non sono la verità assoluta, chi vuole può farli. Ma si vede solo una parte della risposta immunitaria. C’è da osservare che gli anticorpi nel corso del tempo possono scomparire, ma questo non vuol dire che la vaccinazione sia inefficace”.

Gli anticorpi infatti non ci proteggono dall’infezione, poiché è compito della memoria immunologica controllare le infezioni persistenti e distinguerle da quelle primarie (evitando che si replichino). Non a caso, il concetto di memoria immunitaria costituisce la base biologica per i programmi di vaccinazione. Nello specifico, dopo la vaccinazione (mediante vaccino mRna o AdV), le cellule T e le cellule B di memoria specifiche per la proteina Spike si sviluppano e circolano insieme agli anticorpi SARS-CoV-2 ad alta affinità, che così aiutano a prevenire l’infezione da SARS-CoV-2.

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