Auto, crisi senza fine: chiude uno storico stabilimento in Italia

Il crollo del comparto non risparmia nessuna grande multinazionale a livello italiano ed europeo: a farne le spese anche una celebre fabbrica del nostro Paese

Ennesimo stress test sulla filiera dell’auto. Non ha ancora inciso sulla catena internazionale del valore, ma la crisi in Ucraina sta frenando ulteriormente il mercato in Europa per un duplice effetto. Il primo è quello psicologico ed emotivo, perché le immatricolazioni di nuove vetture stanno slittando nonostante la morfina degli incentivi, per la paura di una terribile spirale dei prezzi che sta già riducendo il potere d’acquisto dei consumatori indotti a procrastinare la sostituzione dell’auto.

Ma il secondo effetto riguarda l’aspetto strettamente industriale, dovuto alla carenza di componenti. I produttori tedeschi, Volkswagen in primis (che ipotizza di avviare una gigafactory per le batterie nel nostro Paese), faticano a sostituire i cablaggi prodotti in Ucraina. Serve costruire nuovi canali di approvvigionamento anche per l’effetto delle sanzioni occidentali alla Russia che hanno bloccato i grandi colossi del traffico merci, come Msc e Maersk, motivati a stoppare le spedizioni nei principali porti del Paese.

Crollo del comparto auto: le cause e il quadro europeo

A questo scenario già complicato si aggiunge la strutturale carenza di microprocessori per effetto di una domanda globale di chip che si è surriscaldata con la pandemia e ora fatica a ripristinare l’offerta, nonostante gli investimenti annunciati dall’Europa e il piano appena svelato da Intel. Motivo che ha indotto la multinazionale Stellantis di proprietà della famiglia Agnelli a bloccare la produzione nel maggiore impianto, quello di Melfi, per nove giorni.

Ecco perché i dati delle immatricolazioni in Europa sono i peggiori di sempre, con l’Italia fanalino di coda di una ripartenza che tarda ad arrivare e un crollo del 22,6% sull’anno precedente. A febbraio poco più di 804 mila nuove vetture nel Vecchio Continente, dato Acea, considerando l’Europa allargata anche al Regno Unito. Ma con andamenti divergenti fra i principali mercati, in cui solo la Francia ha una dinamica simile alla nostra con una riduzione pesante della domanda. Nel complesso significa il 5,4% in meno rispetto allo stesso mese del 2021, che già era ai minimi storici.

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Gli incentivi al settore e il Pnrr

La sensazione è che il comparto dell’auto – alle prese con una delicatissima transizione all’elettrico – fatichi a riposizionarsi sul mercato di massa. Le nuove vetture ad alimentazione alternativa scontano ancora un prezzo eccessivo, anche perché l’annuncio degli incentivi al settore, inseriti nell’ultimo decreto Energia, non si sono ancora scaricati sui listini e dunque alla clientela.

L’impostazione governativa, contenuta in una bozza, ha di recente ventilato l’ipotesi di un “price cap“, di un tetto al prezzo delle vetture, fissato a 35 mila euro (dai 50 mila euro attuali), oltre il quale non si applicherebbero gli incentivi promessi in un ventaglio di risorse che arriva fino al 2030 anche sfruttando i fondi del Recovery Plan.

La crisi delle nuove vetture

La tematica è connessa anche alla deducibilità ridotta al 20% per le auto aziendali, con un tetto fissato a 18.300 euro e al 40% dell’Iva versata. Un trattamento che finisce con rendere indeducibili gran parte dei costi legati alla mobilità, con conseguente penalizzazione della competitività delle aziende italiane nei confronti dei competitori esteri.

È una delle concause della crisi del mercato automotive italiano che in pochi anni ha più che dimezzato le vendite del nuovo, passato da 2,4 milioni a poco più di un milione. A cascata anche la produzione di nuove vetture viaggia ai minimi di sempre. Il maggior produttore, Stellantis, archivia il mese di febbraio con un crollo di vetture vendute del 17,5% rispetto al 2021.