Lo scoppio della guerra in Iran porta nuove incertezze nell’economia europea. La preoccupazione della Banca Centrale Europea torna a essere la stessa che aveva segnato il 2022: lo shock energetico.
Il prezzo del petrolio è già schizzato ai livelli più alti da gennaio 2025, superando i 78 dollari al barile. Per famiglie e imprese questo significa una sola cosa: inflazione più alta e tassi di interesse in crescita. Per Christine Lagarde, presidente della Bce, significa ritrovarsi a fare i conti con un problema che si pensava risolto.
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Le mosse della Bce
Le parole di Lagarde, pronunciate durante una conferenza sull’alfabetizzazione finanziaria, sono le seguenti:
Monitoriamo con grande attenzione la situazione globale per comprendere quali possono essere le conseguenze economiche.
Dietro questa frase si cela il timore che il lavoro fatto fin qui per domare l’inflazione post-pandemia e post-Ucraina possa essere vanificato.
Il problema, per Francoforte, non è tanto il rialzo dei prezzi in sé, quanto la sua natura. Come ha spiegato il capo economista della Bce Philip Lane in un’intervista al Financial Times:
una guerra prolungata in Medio Oriente e un calo persistente delle forniture di petrolio e gas dalla regione potrebbero determinare un aumento sostanziale dell’inflazione e un netto calo della produzione nella zona euro.
Se il rincaro dovesse rivelarsi duraturo, scatterebbero i cosiddetti “effetti di secondo livello”, con ripercussioni su salari e aspettative di inflazione. Sono proprio questi gli effetti che i banchieri centrali temono più di ogni altra cosa.
Niente taglio dei tassi nel futuro?
Le conseguenze potrebbero vedersi già nella riunione del consiglio direttivo in programma il 18 e 19 marzo. Se a febbraio l’ipotesi di un taglio dei tassi era stata accantonata per via delle incertezze geopolitiche, oggi appare definitivamente tramontata.
I mercati monetari hanno drasticamente ridotto le probabilità di un taglio nel 2026. La previsione attuale è che i tassi rimarranno fermi ai livelli attuali (2% per i depositi) per tutto il 2026.
Flavio Carpenzano, Asset Class Lead Fixed Income, Europe e Asia di Capital Group, spiega in una nota:
Ci aspettiamo, inoltre, che fattori ciclici spingeranno l’inflazione al rialzo. In linea con il consenso, prevediamo una crescita del Pil superiore al potenziale, intorno all’1,5% su base annua nel 2026; diversamente dal consenso, però, riteniamo che una crescita superiore al potenziale, quando i rischi inflazionistici sono già orientati al rialzo, spingerà infine la Bce ad assumere un orientamento restrittivo (“hawkish”).
Le proiezioni macroeconomiche di dicembre, che verranno aggiornate a marzo, mostravano un’inflazione in calo (all’1,9% quest’anno), ma erano basate su un petrolio a 65 dollari al barile. Con il greggio oltre i 78 dollari, lo scenario potrebbe cambiare.
L’approccio della Bce sarà quello di decidere riunione per riunione. La linea, tuttavia, è chiara: guardare oltre le tensioni di breve periodo e non intervenire finché il rialzo dei prezzi non mostrerà segnali di radicamento strutturale.
La situazione in America
Mentre la Bce resta prudente, il quadro negli Stati Uniti è diverso. L’America, grazie alla sua produzione interna di energia, è più protetta dagli shock esterni. Tuttavia, una forte escalation in Iran potrebbe far risalire l’inflazione Oltreoceano verso il 3%, complicando anche i piani della Federal Reserve.