L’Opec+ ha deciso di mantenere invariate le quote di produzione di petrolio, nonostante l’attacco statunitense in Venezuela. Il Paese sudamericano ospita circa un quinto delle riserve verificate mondiali di petrolio, ma le sue infrastrutture estrattive e la qualità del suo greggio limitano l’impatto di questo prodotto sul mercato energetico.
Il Venezuela è inoltre politicamente isolato. Il suo petrolio è soggetto a sanzioni e viene venduto soprattutto su mercati secondari, a prezzi molto scontati rispetto a quelli ufficiali. Di recente, inoltre, la sua flotta ombra di petroliere era stata presa di mira dagli Stati Uniti, che hanno sequestrato tre navi cariche di greggio.
Indice
L’Opec+ non ha reagito all’attacco al Venezuela
A meno di 48 ore dall’attacco degli Stati Uniti in Venezuela che ha portato alla cattura del presidente del Paese sudamericano Nicolas Maduro, si sono riuniti i Paesi dell’Opec+, il cartello dei produttori di petrolio nella sua forma allargata, che include anche la Russia. Il tema della riunione era una decisione sulle quote, le quantità di petrolio che ogni Paese membro può estrarre per mantenere i prezzi ai livelli desiderati dal cartello.
Il Venezuela ospita quasi un quinto delle riserve di petrolio verificate al mondo. L’attacco statunitense avrebbe potuto portare instabilità nel Paese e comprometterne la partecipazione ai mercati internazionali. Nonostante questo, l’Opec+ ha deciso di non aumentare le quote di produzione, mantenendole invariate.
Da tempo all’interno del cartello dei Paesi produttori di petrolio, che rappresenta circa il 50% della produzione mondiale, c’è una forte tensione sulle quote. I prezzi bassi del greggio hanno ridotto i margini di guadagno e al contempo bloccato gli aumenti di produzione, frustrando soprattutto gli Stati che vorrebbero crescere nel mercato, come gli Emirati Arabi e il Qatar.
Eni e Italia tranquille sulle conseguenze
Per il momento il prezzo del petrolio non sembra aver risentito né della situazione in Venezuela né della decisione dell’Opec+. Il prezzo del Brent, il greggio del Mare del Nord, standard internazionale per il petrolio, è calato dell’1% scendendo a circa 60 dollari al barile.
Questo è il prodotto maggiormente utilizzato per i carburanti e gli altri derivati del petrolio in Italia. Per il momento, quindi, la crisi in Venezuela non sta avendo effetti diretti sull’economia del nostro Paese. Non dovrebbero aumentare nemmeno i prezzi dei carburanti, al netto del recente riallineamento delle accise.

Anche Eni, che opera in Venezuela, ha dichiarato di non essere stata interessata dai disordini dei giorni scorsi. Il colosso italiano non si occupa però di petrolio, ma esclusivamente di gas, che vende direttamente in Venezuela.
Perché l’attacco in Venezuela non preoccupa il mercato petrolifero
Il mercato petrolifero è, di solito, il primo a reagire quando si verificano tensioni internazionali che riguardano i Paesi produttori. Non è stato così per il Venezuela e le ragioni sono fondamentalmente tre:
- il Venezuela è isolato, il suo petrolio è sotto embargo;
- il petrolio venezuelano è complesso da raffinare;
- pur controllando il 20% delle riserve mondiali, il Venezuela produce solo l’1% del petrolio globale.
Anni di dittatura hanno isolato il Venezuela. Il suo petrolio si vende solo sui mercati secondari, con grandi sconti. Inoltre, non tutto il petrolio è uguale. Le raffinerie più diffuse al mondo si occupano di Brent e di petrolio europeo, di Wti (il petrolio americano) o del greggio mediorientale. Quello sudamericano, per il momento, è ancora marginale nelle logiche che governano i prezzi.