Quarantatré anni per vendere un portafoglio di investimenti. Sembra un tempo incompatibile con Borse che reagiscono alle notizie in pochi secondi. Eppure è l’orizzonte indicato per la dismissione degli ETF della Banca del Giappone, che oggi ha annunciato un’accelerazione delle cessioni.
Da gennaio 2027 le vendite saliranno a 860 miliardi di yen annui a valore contabile. Il tempo stimato per completarle scende dai precedenti 112 anni a 43. È una misura della dimensione raggiunta dall’intervento pubblico sul mercato azionario giapponese.
Per chi segue i propri risparmi dall’Italia, la domanda è comprensibile: quanto può essere vicina una decisione presa a Tokyo? La risposta passa dagli investimenti che abbiamo in portafoglio, anche quando non portano il nome del Giappone.
Perché la Banca del Giappone possiede ETF
Gli ETF permettono di investire in un insieme di titoli. Quelli indicizzati seguono un mercato di riferimento: acquistandoli si ottiene un’esposizione a un paniere di attività, anziché a una sola società.
La particolarità giapponese è che tra gli acquirenti è entrata anche la banca centrale. Gli acquisti di ETF sono stati uno degli strumenti della sua politica monetaria straordinaria.
Nel marzo 2024 la BoJ ha deciso di interromperli. Nel settembre 2025 ha definito il programma di vendita, indicando tra i principi fondamentali la necessità di evitare effetti destabilizzanti sui mercati. La novità odierna riguarda la velocità delle dismissioni, all’interno di un percorso già avviato.
Vendere senza mettere sotto pressione la Borsa
Quando un grande investitore vende, il mercato deve trovare compratori disponibili ad assorbire l’offerta. Concentrare le operazioni può esercitare pressione sui prezzi; distribuirle nel tempo ne attenua l’impatto potenziale.
Il nuovo ritmo annunciato corrisponde a circa lo 0,1% del controvalore degli scambi del mercato. L’orizzonte dei 43 anni resta una stima legata al programma, non una scadenza garantita.
Il valore contabile misura quanto le attività sono iscritte in bilancio; il valore di mercato dipende dalle quotazioni. Gli 860 miliardi di yen non vanno, quindi, presentati come una previsione degli incassi annui.
La banca centrale deve tenere insieme due esigenze: ridurre la propria presenza nell’azionariato e consentire al mercato di assorbirne gradualmente l’uscita.
Perché la notizia riguarda i risparmiatori italiani
Non è necessario aver comprato direttamente azioni a Tokyo per essere esposti al Giappone. Un fondo internazionale può includere società giapponesi. Un ETF globale può assegnare loro una quota del portafoglio.
L’effetto sul singolo investimento dipende, però, da quanto Giappone contiene, da quali strumenti utilizza e dall’eventuale copertura valutaria. La sola etichetta “globale” non permette di stabilirlo.
| Investimento | Collegamento con la decisione giapponese |
|---|---|
| Fondo o ETF azionario sul Giappone | Esposizione al mercato interessato dalle dismissioni |
| Fondo o ETF azionario globale | Effetto proporzionato alla componente giapponese |
| Investimento in attività giapponesi senza copertura valutaria | Il rendimento in euro risente anche del cambio |
| Portafoglio di sole attività italiane | Eventuali effetti indiretti attraverso i mercati internazionali |
Lo yen può cambiare il risultato in euro
Per un risparmiatore europeo contano sia il prezzo delle attività sia il valore della valuta in cui sono espresse. È una componente del rischio di mercato che può passare inosservata.
Un esempio puramente illustrativo: un investimento giapponese guadagna il 5% in valuta locale, mentre lo yen perde il 5% del proprio valore in euro. Senza copertura valutaria, il risultato è circa −0,25%, prima di costi e imposte: 1,05 moltiplicato per 0,95 dà 0,9975.
Comprare una quota quotata in euro non equivale, da solo, a eliminare questa esposizione. Occorre distinguere la valuta di negoziazione dalla presenza di una copertura del cambio.
Che cosa osservare adesso tra Tokyo ed Europa
Nella stessa riunione la BoJ ha mantenuto i tassi all’1,25%, ribadendo la disponibilità a ulteriori aumenti. Lo yen si è rafforzato sul dollaro dopo la decisione.
L’annuncio arriva mentre i mercati asiatici risentono dei dubbi sulla redditività degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Sarebbe, quindi, improprio attribuire alle vendite di ETF tutti i ribassi della seduta.
Per l’Europa, i possibili effetti passano dall’esposizione degli investitori al Giappone, dalle valute e dalla propensione al rischio. Non esiste una conseguenza automatica per Piazza Affari.
La vicenda lascia una domanda utile anche a chi controlla soltanto periodicamente i propri risparmi: che cosa contiene davvero il mio fondo? Il percorso giapponese durerà decenni; comprenderne il peso nel proprio portafoglio aiuta già oggi a leggere meglio oscillazioni che, viste da lontano, sembrano inspiegabili.