La nuova ondata di tensioni in Medio Oriente continua a spingere gli investitori verso asset considerati più sicuri. L’oro, tradizionale bene rifugio, ha visto un nuovo aumento dei prezzi. Secondo gli esperti di Morgan Stanley, le recenti vendite non rappresentano un cambio di sentiment, ma piuttosto la necessità di liquidità immediata in un momento di forte stress sui mercati. La domanda strutturale rimane solida.
Anche l’argento ha registrato movimenti significativi. Gli analisti di UBS prevedono una volatilità elevata, con oscillazioni paragonabili a quelle del Bitcoin, ma stimano un ritorno verso un livello di equilibrio intorno agli 85 dollari nel lungo periodo, dopo aver sfiorato quota 100 in seguito all’inasprirsi del conflitto.
In questo contesto, la ricerca di protezione si sta diversificando: accanto ai metalli preziosi, cresce l’attenzione verso asset alternativi.
Bitcoin entra nel dibattito sui beni rifugio
Un contributo rilevante arriva dall’analisi di James Butterfill, Head of Research di CoinShares, che osserva come la crisi geopolitica stia ridefinendo il comportamento del Bitcoin nei momenti di tensione globale.
Le tensioni nell’area mediorientale – con l’Iran a presidiare lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il 21% del commercio petrolifero mondiale – hanno aumentato il rischio di un allargamento del conflitto. Nonostante ciò, Bitcoin ha mostrato una resilienza inattesa.
Secondo Butterfill, il mercato della criptovaluta era già in fase di riequilibrio dopo mesi di vendite da parte delle whales, con leva ridotta e valutazioni ai minimi pluriennali. Questo ha attenuato la pressione di vendita proprio mentre gli ETF tornavano a registrare afflussi significativi all’inizio dell’escalation.
Il risultato è un comportamento sempre più simile a quello di un bene rifugio, favorito dalla natura non sovrana e dalla scarsità dell’asset.
Afflussi in ripresa e posizionamento più solido
Storicamente, Bitcoin tendeva a soffrire nelle fasi di avversione al rischio, anche perché è uno dei pochi asset liquidi negoziabili anche nel fine settimana. Questa volta, però, la dinamica è diversa: la criptovaluta è rimasta stabile e ha persino registrato un rialzo.
Butterfill sottolinea come l’assenza di liquidazioni significative, nonostante l’aumento dei rendimenti e delle tensioni geopolitiche, indichi un posizionamento più equilibrato rispetto al passato. Dopo circa 30 miliardi di dollari di flussi da parte dei principali operatori di
mercato negli ultimi cinque mesi, i minimi tecnici e fondamentali erano già stati superati, riducendo la pressione marginale di vendita.
La scorsa settimana si è registrata un’inversione di tendenza: 1 miliardo di dollari è confluito nei prodotti d’investimento dopo cinque settimane consecutive di deflussi, cui si sono aggiunti altri 500 milioni solo nella giornata di lunedì. Gli investitori sembrano interpretare la correzione come un’opportunità di ingresso e una copertura contro l’incertezza geopolitica.
Il quadro macroeconomico complica la lettura dei mercati
Il contesto macroeconomico rimane però sfidante. L’indice dei prezzi alla produzione è salito dello 0,5% su base mensile, oltre le attese, mentre la componente core ha toccato lo 0,8%, trainata dai servizi commerciali. L’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe ritardare ulteriormente i tagli dei tassi, irrigidendo le condizioni finanziarie.
In uno scenario di inflazione energetica persistente e politica monetaria più restrittiva, gli asset di rischio tradizionali potrebbero subire nuove pressioni. Tuttavia, se le tensioni geopolitiche dovessero intensificarsi e la fiducia nelle infrastrutture finanziarie e commerciali globali – in particolare lungo rotte critiche come lo Stretto di Hormuz – continuasse a deteriorarsi, asset scarsi e non sovrani come Bitcoin potrebbero beneficiarne nel medio termine.