Ebano acquisisce Gruppo Pragma. Ma come siamo messi con la formazione aziendale in Italia?

Ebano diventa socio di maggioranza di Gruppo Pragma, leader nello sviluppo di piattaforme tecnologiche e soluzioni digitali per la formazione alle imprese, scegliendo di investire ancora di più sull'innovazione

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Miriam Carraretto

Giornalista di attualità politico-economica

Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

In un momento di grande trasformazione e crescita, con l’inserimento in azienda di nuove figure centrali e con importanti partnership, Ebano S.p.a. si rafforza ancora grazie a una nuova rilevante acquisizione: il Gruppo guidato da Carlo Robiglio annuncia l’acquisizione del 51% di Gruppo Pragma S.r.l, azienda leader nello sviluppo di soluzioni tecnologiche in e-learning per la formazione alle imprese.

Ebano sceglie così di rafforzare ulteriormente due dei suoi asset più strategici, quello del digitale e quello della formazione online, su cui ha puntato fin dalla sua fondazione.

“Ancora una volta con Ebano investiamo là dove siamo convinti ci saranno più prospettive, professionali e umane – commenta il Fondatore e Presidente di Ebano Carlo Robiglio –. Da un lato il digitale, frontiera che va presidiata perché in costante evoluzione e soprattutto terreno di sviluppo imprescindibile e affascinante. E dall’altro la formazione, su cui sin dalle sue origini in Ebano abbiamo puntato, certi che sempre più il mercato richiede e richiederà competenze specifiche, trasversali, anche etiche, su cui inevitabilmente, e vorrei direi favorevolmente, imprenditori e lavoratori andranno”.

Gruppo Pragma è una società a vocazione totalmente digitale che, in partnership con i suoi clienti, realizza progetti e interventi di formazione dedicati ad accompagnare persone e organizzazioni al cambiamento. Fondata nel 1996, ha sede a Trieste, nell’area Science Park, tra i principali parchi scientifici e tecnologici d’Europa.

Con al centro il concetto di “closer&beyond”, la sua fondatrice Maria Rita Fiasco e la CEO Oriana Cok riconoscono come elementi imprescindibili del processo di formazione proprio l’essere inclusivi, l’abbracciare e integrare psicologia e tecnologia, per supportare l’empowerment e la crescita di persone e organizzazioni, incoraggiando la piena partecipazione al processo di innovazione.

Forte di uno staff con professionalità specifiche e qualificate, con un solido background umanistico e tecnologico e ampia esperienza aziendale, tra le figure professionali team ci sono instructional designer, educational technologist, designer di piattaforme e ambienti di apprendimento online, progettisti di formazione ed esperti di e-coaching.

“Pragma è nata poco dopo che Internet aveva fatto il suo ingresso nelle nostre vite: già nel 1996 usavamo formazione a distanza ed e-learning nel mercato delle imprese, partendo da una visione umanistica. Oggi, anche grazie a questa nuova partnership con Ebano, rafforziamo ed espandiamo la nostra identità, perché le tecnologie o sono human-centered o non sono efficaci” commenta Maria Rita Fiasco.

Background multidisciplinari e di matrice umanistica, orientamento alle tecnologie e al loro uso come abilitatori di relazione e apprendimento: queste sinergie, centrali per entrambe le società, hanno saldato il connubio tra Ebano e Pragma.

“In una fase dell’evoluzione tecnologica in cui le tecnologie sono sempre più user-centered, cioè da programmare e progettare sulla base di specifiche esigenze di un utente, ora che l’informatica è passata dall’essere solo per le macchine a strumento per le persone, è arrivato il nostro momento: un momento perfetto per l’incontro con Ebano, che ha una matrice più BtoC”.

“Da una parte possiamo portare la nostra esperienza aziendale e integrarla a quella di Ebano, più rivolta al consumer, e dall’altra, soprattutto grazie alla natura editoriale di Ebano, che ha le sue radici nella formazione a distanza e nell’editoria, possiamo sviluppare ulteriormente un contesto di apprendimento favorito dalle tecnologie” aggiunge Oriana Cok. “Mettiamo in pratica le competenze che attengono all’Instructional Design e allo UX Design: la capacità di progettare soluzioni di apprendimento in contesti digitali o ibridi che continuamente si evolvono”.

Rita Fiasco, come sta oggi la formazione aziendale in Italia? A che punto siamo con il digitale e con i processi di innovazione?

Le aziende si trovano di fronte a un bivio, dove devono scegliere che strada prendere. Sicuramente le imprese italiane hanno capito che da qui non si torna indietro, ma mentre alcune sono pronte al salto, e si sono già buttate, altre non lo sono affatto. Nei convegni e sui libri si parla da anni di innovazione, tecnologia e rivoluzione dell’apprendimento e della formazione, ma nella pratica la situazione è estremamente frammentata. Il punto è che oggi, dopo la pandemia, è come se avessimo fatto un salto in avanti di otto anni in quanto a tecnologia: è aumentata la nostra familiarità con il digitale, in tutti gli ambiti, ma abbiamo di fronte a noi la sfida di usarlo molto bene.

Quali sono i maggiori ostacoli che vede in base alla sua esperienza?

Ci scontriamo senz’altro con una certa cultura del management, che invece deve evolvere. Culturalmente siamo restii al cambiamento e questo ci penalizza. A questo possono e devono servire le tecnologie e le nuove metodologie che supportano l’innovazione. Oggi parlare di innovazione tecnologica in azienda significa avvicinare l’azienda con la consapevolezza che abbiamo individui profondamente diversi rispetto anche solo a pochi anni fa. Il mondo del lavoro è cambiato radicalmente: Diversity Management, Engagement, dimissioni di massa sono tutti temi caldissimi e per nulla marginali. La gestione di tutti questi fenomeni si traduce in costi elevati – pensiamo al turnover in presenza di dimissioni e processi di change management –. È in questo contesto che società con un approccio alla formazione innovativa e sensibilità verso i consumer possono rappresentare un valore aggiunto.

Oriana Cok, ci sono differenze rilevanti tra Piccole Medie Imprese, ossatura dell’economia italiana, e grandi realtà, come le multinazionali, che operano nel nostro Paese?

C’è una differenza enorme, che negli ultimi anni è cresciuta. Il digitale ha accentuato la distanza. Prima il sistema PMI e grandi imprese si basava di più su modelli di filiera che in qualche modo introiettavano innovazione, oggi questo è sempre più difficile. Il digitale crea delle bolle, delle “echo chamber”, dove aumenta l’isolamento. Oggi in Italia ancora moltissime PMI ad esempio non usano il cloud e utilizzano la Rete come strumento di mero trasferimento di file. In questo modo si perde il concetto stesso di cloud, l’everywhere e anytime, che invece farà sempre più parte imprescindibile delle nostre vite.

Rita, le difficoltà sono anche legate alla necessità di conservare strutture organizzative antiche e radicate, soprattutto in contesti piccoli di stampo pseudo familiare o pubblico?

È il solito tema del Job Destruction vs Job Creation. Ma il saldo di questo confronto è già evidente oggi: la tecnologia, che piaccia o no, è un fenomeno inarrestabile, e all’interno di questa grande rivoluzione alcuni lavori scompariranno per lasciare spazio a nuove professionalità. E così anche le figure intermedie che oggi temono l’innovazione. Com’è sempre stato, e come sempre sarà. Negare questo processo significa perdere la partita del cambiamento e della crescita.

Oriana, com’è cambiata la formazione a distanza in questi due anni di pandemia?

È cresciuta, si è rafforzata e si è evoluta, e sarà sempre più così, anche se si porta dietro alcune difficoltà, come quella legata alla scuola, dove si è parlato di didattica a distanza quando invece sarebbe stato più corretto parlare di didattica di emergenza. Lì le cose non hanno funzionato bene, ma le frontiere sono vastissime. Per fare un esempio concreto, in una scuola media una ragazzina, durante una verifica di matematica, ha usato Photomath, un’app che consente di fotografare un problema o un’operazione matematica e di ottenere non solo il risultato, ma anche il procedimento per arrivarci. Ha preso 10, pur non essendo mai stata particolarmente brillante in matematica; la prof. si è insospettita e l’ha interrogata, scoprendo che non era preparata. Bene, questo per dire che l’insegnante, di fronte alle straordinarie frontiere della tecnologia, non dovrebbe temere l’innovazione, negarla o condannarla, ma anzi inglobarla nella sua didattica, ripensandola e coinvolgendo sempre più proattivamente gli studenti nel processo di apprendimento, anche utilizzando criticamente le app che gli studenti autonomamente trovano e sperimentano.

Quindi la domanda non è se la tecnologia possa essere negativa rispetto all’apprendimento, soprattutto dei più giovani, ma come può diventare positiva…

Dobbiamo sempre più imparare a utilizzare le tecnologie informatiche e i device digitali per potenziare i percorsi e le esperienze di apprendimento, trattare ogni contenuto attraverso le incredibili possibilità che il digitale offre, dalla multimedialità agli ambienti 3D, dalle esperienze immersive alle interazioni intelligenti. Chi è adolescente oggi è già 20 passi avanti rispetto a un giovane, e domani – nel 2030 appena – il mondo sarà dei Millennials e della Generazione Z. Non possiamo negare questa rivoluzione, e anzi la dobbiamo governare.

Rita, c’è bisogno di formazione continua?

Assolutamente. Serve consapevolezza del dinamismo accelerato in cui siamo immersi, e dobbiamo sapere che ciò che ci ha portato fin qui non ci può portare anche oltre, c’è bisogno di riqualificazione costante. In Italia la scuola – l’“industria dell’education” – ha 8 milioni di “addetti”, è la più grande, con un impatto sociale elevatissimo. Quella in atto è una vera rivoluzione, economica e sociale, non solo industriale. La sfida di società come Pragma è cogliere un bisogno di sapere, di formazione, e trasformarlo in domanda qualificata. Ma non può esserci solo la parte business a guidarci: al centro c’è e ci deve essere il concetto di responsabilità etica. C’è tantissimo bisogno di formazione ma è molto difficile indirizzare questa risposta perché c’è molta frammentazione di soggetti. Qualcosa però sta già cambiando e chi saprà cogliere questo cambiamento riuscirà a trasformarsi, e a crescere.

Se potessimo riassumere quali sfide attende il settore della formazione da qui ai prossimi anni, cosa direste?

Oriana: Per prima cosa chi disegna la formazione deve essere molto vicino a chi la fruisce, bisogna trovare linguaggi che siano in grado di ingaggiare, proprio come fa un video di TikTok. Secondo, guardando al livello di impresa, c’è una grande sfida culturale: dobbiamo veicolare una cultura dell’adattabilità, che nella trasformazione digitale è continua. Dopo il Metaverso ci sarà altro, questa è la strada, e i tempi del cambiamento di paradigma diventeranno sempre più brevi: l’adattabilità a “ecosistemi” diversi diventerà una competenza critica.
Rita: Aggiungerei la capacità di progettare percorsi formativi coinvolgenti per individui che sono in continua trasformazione, come persone e come professionisti. Poi sviluppare progettazioni che siano personalizzate e flessibili, perché il prodotto non potrà più essere standard. Un’altra grande sfida è una formazione di relazione e vicinanza: le persone apprendono all’interno di una relazione, e quindi la formazione deve essere in grado di sviluppare apprendimento attraverso legami significativi. L’ultima grande sfida è quella del connettivismo: dobbiamo disegnare una formazione in linea con la “infosfera” in cui siamo immersi. Una formazione che sia in grado di sviluppare nelle persone una capacità di connettere contenuti e conoscenze dove si trovano, di capire cosa serve, di cercare dove è giusto e valutare ciò che si trova. Grandi nodi che arrivano dalla tecnologia, e che non risolveremo solo con essa.