Dazi sul grano russo dall’1 luglio per salvare l’economia europea, gli effetti sui prezzi

I dazi sul grano, sui cereali e sugli altri prodotti agricoli russi (in parte provenienti dall'Ucraina) servono a evitare un crollo dei prezzi nel mercato europeo. Dalla guerra sul campo di battaglia alla guerra commerciale

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

Scattano dall’1 luglio 2024 i dazi sul grano russo decisi dall’Unione europea. Si tratta di un’iniziativa volta a tutelare il mercato interno dell’Ue, invaso nel corso del 2023 da un exploit di esportazioni dalla Russia. Nella sola Italia, come riporta Coldiretti, gli aumenti arrivarono a quota +1.004% rispetto al 2022.

Ma i dazi europei non colpiscono solo il grano: nel mirino anche tutti i cereali, i semi oleosi e i prodotti derivati della Federazione russa e della Repubblica di Bielorussia, in modo che non possano accedere al mercato dell’Ue a condizioni altrettanto favorevoli rispetto ai prodotti di altre origini. Nel caso del grano si tratterà di un dazio aggiuntivo di 95 euro a tonnellata.

Diverso fronte di guerra

Secondo la Commissione europea, con il grano e gli altri prodotti agricoli il Cremlino avrebbe tentato di destabilizzare il mercato comunitario così da mandare in bancarotta gli operatori più deboli del settore e creare uno shock sui prezzi su tutta la filiera: dai contadini alle aziende di trasformazione e distribuzione, dai supermercati ai consumatori passando anche per forni, bar, pizzerie e ristoranti. I rincari fuori controllo, infine, avrebbero colpito il portafoglio dei consumatori finali.

Il grano ucraino

Si ricorda poi che gran parte del grano “Made in Russia” è in realtà frutto delle espropriazioni che le forze armate del Cremlino hanno messo in atto nei territori occupati nell’Ucraina orientale e nei container già pronti per essere spediti nei porti sul Mar Nero.

L’effetto sui prezzi

Nel 2023, lamenta Coldiretti, si è registrata una vera e propria “invasione” di grano duro russo per la pasta “mai registrata prima della storia, con quasi mezzo milione di tonnellate che è entrato nel nostro Paese, abbattendo fino al -60% il prezzo del grano italiano“.

Si tratta di valori che – rileva la Coldiretti – portano la coltivazione “ampiamente sotto i costi di produzione, rendendola di fatto antieconomica ed esponendo le aziende agricole al rischio crack, soprattutto nelle aree interne senza alternative produttive”.

Se l’Ue non avesse imposto dei dazi, il mercato avrebbe visto un aumento dell’offerta, che si sarebbe tradotto nell’immediato in un crollo dei prezzi. Ma con il passare dei mesi, e con migliaia di operatori costretti a chiudere i battenti, il prezzo dei prodotti agricoli e dei derivati come pasta e pane avrebbe continuato la sua galoppata all’insù. Tramite l’introduzione dei dazi i prezzi dovrebbero mantenersi stabili nel medio periodo o quantomeno crescere con una maggiore lentezza, per lo più correlata all’inflazione.

Sostanze proibite

Ma non è tutto: Coldiretti denuncia che nella coltivazione del grano russo vengono utilizzate “sostanze non ammesse in Europa, come l’erbicida Fenoxaprop P ethyl ma anche il glifosato, l’essiccante vietato in Italia in pre-raccolta e usato anche sul frumento canadese, oltre al Pirimiphos methyl fumigante insetticida“. L’associazione chiede dunque l’applicazione di un principio di reciprocità. Cosa che attualmente, in un periodo in cui i rapporti diplomatici sono congelati, potrebbe avvenire con estrema difficoltà.

Il ruolo della Turchia

Ma oltre all’invasione del grano russo, Coldiretti pone l’accento anche sul ruolo della Turchia, Paese spesso oggetto di triangolazioni dello stesso grano russo. “Proprio da Ankara – lamenta l’associazione – si sono peraltro intensificati gli arrivi anche nel 2024, proprio alla vigilia della trebbiatura in Italia, con il paradosso che nonostante il grave calo di produzione stimato in un -20% a causa della siccità al Sud il grano nazionale viene pagato ancora meno dello scorso anno”.

Al via una raccolta di firme

Coldiretti ha avviato la raccolta di un milione di firme per imporre l’obbligo dell’indicazione dell’origine in etichetta e cambiare il codice doganale.