Il presidente dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), Fatih Birol, ha avvertito che la crisi energetica attualmente in atto è tra le peggiori degli ultimi decenni. Le conseguenze sull’economia, secondo Birol, raggiungeranno tutti i Paesi del mondo e nessuno potrà dirsi escluso.
Le strategie di Trump per ridurre l’impatto che i bombardamenti sull’Iran e le conseguenti ritorsioni sui Paesi del Golfo non sembrano aver avuto effetto. Il prezzo del petrolio continua a salire, superando a tratti i 110 dollari al barile, e Teheran non dà segni di voler garantire passaggi sicuri attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’avvertimento dell’Aie sulla crisi energetica
In una serie di dichiarazioni rilasciate alla stampa, il presidente dell’Aie Fatih Birol ha descritto in maniera molto pessimistica l’attuale crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente.
L’economia globale si trova oggi ad affrontare una minaccia gravissima e spero vivamente che questo problema venga risolto al più presto. Nessun Paese sarà immune agli effetti di questa crisi se continuerà ad andare in questa direzione. Pertanto, è necessario uno sforzo globale.
L’Aie ha calcolato che almeno 40 impianti energetici del Medio Oriente sono stati danneggiati dagli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran e dalle ritorsioni di Teheran sui Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti. La situazione è precipitata anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e da cui passa il 20% del petrolio globale.

Scomparsi 11 milioni di barili al giorno
Birol ha descritto la crisi in corso mettendola a confronto con quelle degli anni ’70, le più gravi del secolo scorso:
Molti di noi ricordano le due crisi petrolifere consecutive degli anni ’70. In quel periodo, in ciascuna delle crisi, il mondo ha perso circa cinque milioni di barili al giorno, e in entrambe insieme, 10 milioni di barili al giorno. A oggi, abbiamo perso 11 milioni di barili al giorno, quindi più di due grandi shock petroliferi messi insieme.
Il paragone può essere impressionante, ma va contestualizzato. Oggi si consumano nel mondo tra i 102 e il 106 milioni di barili di petrolio al mondo, secondo le stime dell’Opec. Questa crisi ha quindi ridotto l’offerta di circa il 9% sulla domanda. Alla fine degli anni ’70, durante il picco di consumi di quel decennio, il mondo era arrivato a chiedere 60 milioni di barili al giorno. In quel caso, quindi, una riduzione di 5 milioni di barili rappresentava un calo dell’8,3% dell’offerta rispetto alla domanda.

Le parole di Birol potrebbero far intendere che l’attuale crisi sia grave quanto quelle degli anni ’70 sommate. In realtà è solo leggermente più impattante sul mercato petrolifero. Il mondo, inoltre, è oggi meno dipendente dal petrolio rispetto a 50 anni fa, grazie allo sviluppo di altre fonti di energia. Questo potrebbe rendere l’impatto di questa crisi sull’economia globale meno grave.
Gli effetti sull’economia mondiale e sull’Italia
Questo non toglie che, se la guerra in Medio Oriente dovesse prolungarsi, diversi Paesi dovrebbero trovare soluzioni alternative per rifornirsi di petrolio e di gas. L’Italia è particolarmente esposta in questo senso, sia perché importa molto gas da Qatar, uno dei Paesi colpiti dalla guerra, sia perché il metano determina il prezzo dell’energia in Italia per l’89% delle ore di consumo.
Di conseguenza, ogni rialzo del prezzo del gas sui mercati internazionali è un pericolo per l’economia del nostro Paese. Il Governo si sta attivando per potenziare le importazioni dall’Algeria, ma non per sviluppare in tempi rapidi un’alternativa al gas che non sia il carbone, come proposto di recente dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto-Fratin in un’intervista rilasciata a La Stampa.