Il caso Mario, come è avvenuto il primo suicidio assistito in Italia

La vicenda del 44enne tetraplegico giunge alla conclusione dopo una pesante battaglia legale. Per vincerla e ottenere il farmaco, è stata necessaria una raccolta fondi

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Redazione

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Dopo una lunga ed estenuante battaglia legale, alla fine Mario ce l’ha fatta a ottenere il suicidio assistito. Il suo nome di fantasia ha celato per anni la sua vera identità, svelata al mondo alle 11:05, l’ora del decesso medicalmente assistito: Mario si chiamava in realtà Federico Carboni. Aveva 44 anni, era originario di Senigallia (Ancona) e da 12 anni era tetraplegico a causa di un incidente stradale (qui abbiamo parlato invece della vicenda di Gabriele Marchetti, tetraplegico dopo una puntata di Ciao Darwin: l’accusa a Bonolis).

Il caso di Mario

L’autorizzazione al suicidio medicalmente assistito di “Mario” era arrivata a febbraio, dopo un lungo contenzioso legale. L’Associazione Luca Coscioni ha fatto sapere che Federico Carboni è morto nella sua abitazione “dopo essersi auto somministrato il farmaco letale attraverso un macchinario apposito, costato circa 5.000 euro, interamente a suo carico”.

Il 44enne marchigiano ha ricevuto la strumentazione e il farmaco direttamente dall’Associazione che, grazie a una “straordinaria mobilitazione”, ha raccolto in poche ore la somma necessaria. “In assenza di una legge, lo Stato italiano non si è fatto carico dei costi dell’assistenza al suicidio assistito e dell’erogazione del farmaco”, hanno spiegato.

Federico aveva deciso di andare in Svizzera a morire nell’agosto 2020, salvo poi cambiare idea e affidarsi all’Associazione Coscioni. C’è voluto più di un anno per ottenere le visite mediche, che dovevano stabilire se “Mario” possedesse o meno i requisiti per ricorrere alla “dolce morte”. Sono seguiti altri mesi di battaglie legali combattute tra denunce penali, ricorsi e diffide per ottenere l’ok sul tipo di farmaco e sulle modalità di somministrazione.

Le parole di Mario

Prima di sottoporsi alla procedura, che lo ha portato al decesso alle 11:05, Carboni ha voluto affidare ai presenti le sue ultime parole. “Non nego che mi dispiace congedarmi dalla vita, sarei falso e bugiardo se dicessi il contrario perché la vita è fantastica e ne abbiamo una sola. Ma purtroppo è andata così. Ho fatto tutto il possibile per riuscire a vivere il meglio possibile e cercare di recuperare il massimo dalla mia disabilità, ma ormai sono allo stremo sia mentale sia fisico”.

“Non ho un minimo di autonomia della vita quotidiana, sono in balia degli eventi, dipendo dagli altri su tutto, sono come una barca alla deriva nell’oceano. Sono consapevole delle mie condizioni fisiche e delle prospettive future quindi sono totalmente sereno e tranquillo di quanto farò. Con l’Associazione Luca Coscioni ci siamo difesi attaccando e abbiamo attaccato difendendoci, abbiamo fatto giurisprudenza e un pezzetto di storia nel nostro paese e sono orgoglioso e onorato di essere stato al vostro fianco. Ora finalmente sono libero di volare dove voglio“.

Il suicidio assistito in Italia

In Italia il suicidio medicalmente assistito non è regolato da nessuna legge, ma esclusivamente da una sentenza della Corte Costituzionale del 2019. Quest’ultima stabilisce che ogni singolo caso debba essere gestito dalle autorità sanitarie locali, con criteri difficili da individuare e tutt’altro che univoci. La sentenza trattava della morte di Fabiano Antoniani, noto come DJ Fabo. I giudici avevano concluso che, a determinate condizioni, non fosse punibile una forma di eutanasia definita assistenza al suicidio, cioè quando, in specifiche e circoscritte circostanze, una persona di fatto aiuta un’altra a morire.

Una proposta di legge per regolamentare il suicidio assistito è stata approvata a marzo dalla Camera, ma al momento non è ancora stata discussa dal Senato.