Il piano Draghi per gli Stati Uniti d’Europa, da mercato a potenza: “Ue diventi federazione”

Il discorso dell'ex premier è più che realista, ma coltiva un proposito geopolitico al momento impossibile: staccarsi dagli egemoni americani

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

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Se vuole ambire alla potenza, l’Europa deve passare dall’essere una confederazione di Stati a diventare una vera e propria federazione. Ne è convinto Mario Draghi, secondo il quale nel nuovo ordine (o caos) mondiale l’Italia e l’Ue rischiano di giocare un ruolo secondario, da “subordinate”.

Dietro le parole dell’ex premier si cela però una verità geopolitica innegabile: l’Europa è ancora la perla dell’impero statunitense e probabilmente lo resterà per molti anni a venire. Una condizione non negoziabile, almeno fino a sopraggiunta sconfitta globale di Washington.

Da confederazione a federazione europea, cosa ha detto Mario Draghi

“Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?”. L’ex presidente della Bce ha le idee chiare: l’Unione europea non ha più tempo per escogitare aggiustamenti, ma deve attuare un cambiamento.

Parlando a Leuven, in occasione del dottorato honoris causa conferitogli dall’Università belga, Draghi ha sottolineato come il percorso verso la costruzione di un’Europa come soggetto geopolitico passi dall’adozione di un impianto federativo.

“Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un soggetto unico. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina”, ha dichiarato.

La posizione di Draghi sul nuovo ordine mondiale

Volendo fare un’analisi tecnica del discorso di Draghi, possiamo riscontrare conclusioni brillanti e constatazioni meno puntuali. Tra le prime si annovera sicuramente la consapevolezza che siamo di fronte alla crisi (e al prossimo crollo?) dell’ordine mondiale unipolare fondato sull’egemonia americana, in favore di un sistema multipolare molto più incerto.

“Il crollo dell’ordine globale odierno non è di per sé la minaccia, la vera minaccia è ciò che lo sostituirà. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa saprebbe adattarsi”, ha tuonato l’ex presidente del Consiglio.

In tale contesto, l’Europa ha davanti a sé “un futuro in cui rischia di diventare, al tempo stesso, subordinata, divisa e deindustrializzata“. Draghi ha poi evidenziato che un Vecchio Continente “incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”.

Tutto giusto e condivisibile. Al di là della retorica, alcuni punti del discorso si scontrano però con l’oggettività dello status europeo, che viene conservato nonostante le uscite di Donald Trump e la moltiplicazione di fronti di tensione: l’Ue resta campo dell’impero americano.

Il futuro d’Europa passa dagli Usa: i limiti del piano di Draghi

Se da un lato è vero che, come Clint Eastwood nei film di Sergio Leone, l’Ue potrebbe ottenere molti vantaggi dallo giostrarsi tra Cina e Stati Uniti, dall’altro la potenza non passa certo dal barcamenarsi tra sfere di influenza.

Quando Draghi dice che la globalizzazione è finita perché ha smesso di perseguire il vantaggio comparato, garantendo un vantaggio assoluto a chi invece mette in campo strategie mercantilistiche (vedi Pechino), il riferimento è a uno degli effetti della globalizzazione stessa: il libero mercato. Mentre di per sé la globalizzazione non è altro che il controllo (militare e non) dei mari da parte degli Stati Uniti. Stop.

Non si esce da una sfera d’influenza per scelta, non si professa alleanza con chi ci domina. Nella sola Italia sono presenti da quasi 80 anni circa 13mila militari americani, e non sono in vacanza. I dossier più strategici – tra cui l’adesione alle Nuove Vie della Seta cinesi e le importazioni di energia dalla Russia – vengono dettati da Washington.

Un altro limite del punto di Draghi riguarda la presunta unione degli Stati europei. Come per la chimera della difesa comune, non c’è singolo dossier in cui un Paese non si opponga agli altri in sede comunitaria o, ancor di più, agendo come singola nazione.

Un’Europa potente vuol dire un’Europa davvero unita e con autonomia strategica. In altre parole: una nazione. In altre parole ancora: una federazione indipendente dagli Stati Uniti. Fantasia, al momento. Domani, chissà.