Rapporto Sport, oltre 4,7 miliardi di beni esportati: chi compra dall’Italia e quali prodotti sceglie

Il primo mercato per l'Italia sono gli Stati Uniti con 675 milioni di euro. Dietro lo sport c’è una filiera industriale ampia, radicata nei territori e sempre più internazionale.

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Danilo Supino

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Nel 2024 l’Italia ha esportato beni sportivi per 4,7 miliardi di euro. Secondo il Rapporto Sport 2025, il valore aggiunto complessivo del settore supera i 32 miliardi di euro e rappresenta l’1,5% del PIL, una parte rilevante di questa forza economica si gioca sui mercati internazionali, attraverso un export che conferma la competitività del made in Italy sportivo.

Dove si esporta: Stati Uniti in testa a tutti

La geografia dell’export sportivo italiano si rivolge con equilibrio sia nell’Ue che oltreoceano. Gli Stati Uniti si confermano il primo mercato di destinazione, con 675 milioni di euro di esportazioni nel 2024. Seguono Francia (567 milioni) e Germania (525 milioni), a testimonianza di una forte integrazione con i principali partner occidentali. Tra i primi dieci mercati compare anche la Cina, unico Paese non occidentale in posizione di rilievo.

 

 

La concentrazione dell’export verso economie avanzate indica come da un lato, venga scelta la specializzazione italiana su segmenti medio-alti della gamma produttiva; dall’altro, la dipendenza da mercati maturi, con dinamiche di domanda legate al ciclo economico e ai consumi discrezionali. Non si tratta di flussi marginali, ma di una presenza consolidata in mercati ad alta capacità di spesa, dove il brand e la qualità del prodotto incidono più del prezzo.

Cosa si esporta: la scelta del Made in Italy

L’export sportivo non riguarda solo abbigliamento tecnico o calzature. Nella classificazione utilizzata dal Rapporto, rientrano tutti i beni manufatturieri del settore sportivo, inclusi attrezzature, equipaggiamenti e prodotti collegati alla pratica delle diverse discipline.

 

 

Questo significa che l’Italia esporta una combinazione di tecnologia, design e specializzazione produttiva. Dalle calzature sportive ai macchinari “smart” per il fitness, fino all’equipaggiamento tecnico per discipline specifiche, la filiera integra piccole e medie imprese, distretti industriali e brand globali. È un tessuto produttivo che beneficia di competenze accumulate nel tempo e di una forte capacità di innovazione, come dimostra la crescita del comparto B2C legato alle attrezzature smart nel periodo post-pandemico.

L’indotto sportivo genera 26 miliardi di euro

Ridurre l’impatto economico dello sport ai soli beni esportati sarebbe però fuorviante. Il Rapporto mostra come la componente più ampia del valore aggiunto derivi dalle attività strettamente connesse e connesse in senso lato, che nel 2023 superano complessivamente i 26 miliardi di euro.

L’indotto comprende servizi turistici, trasmissioni televisive, commercio, logistica, produzione industriale e una vasta gamma di attività che utilizzano lo sport come input economico. È in questa estensione della filiera che si genera la parte più consistente della ricchezza: non nel campo da gioco, ma nelle reti produttive che lo sostengono. L’industria in senso stretto contribuisce per oltre il 13% al valore aggiunto sportivo, mentre il commercio e le costruzioni completano il quadro di una filiera integrata.

In termini occupazionali, questa struttura si traduce in oltre 420mila addetti distribuiti lungo l’intera catena del valore, con una forte prevalenza dei servizi ma una presenza significativa anche nei comparti produttivi.

Il nodo dei dazi e delle tensioni commerciali

Sul fronte dei dazi, nel 2024 non si osservano flessioni evidenti dell’export sportivo italiano (che resta a quota 4,7 miliardi di euro, con 675 milioni destinati agli Stati Uniti, primo mercato extra-UE). Tuttavia, il quadro commerciale si è fatto più complesso. Assosport ha evidenziato come i dazi aggiuntivi statunitensi del 25% su acciaio e alluminio, entrati in vigore nel 2025, possano incidere sui costi di produzione di attrezzature e componenti, aumentando la pressione sui margini delle imprese esportatrici. A questo si aggiunge il tema delle tariffe reciproche tra USA e UE (del 10-15% su diverse categorie di beni) che, pur non essendo specifiche per lo sport, interessano anche calzature, abbigliamento tecnico e macchinari per il fitness. Per un comparto che concentra una parte rilevante delle vendite negli Stati Uniti, il rischio non è ancora nei numeri, ma nella possibile erosione della competitività se le tensioni commerciali dovessero continuare e stabilizzarsi.