Pensioni, cosa succede dopo Quota 100: le nuove ipotesi

Il dossier pensioni rimane aperto sul tavolo del Governo, e si pensa a come superare Quota 100, che scadrà alla fine del 2021

Quali saranno le regole e i paletti per andare in pensione dopo dicembre 2021, quando è prevista la scadenza di Quota 100? Il governo Draghi è al lavoro per risolvere il nodo del dossier sulla previdenza, ma da quanto emerge da fonti vicine a Palazzo Chigi, la misura potrebbe essere definitivamente abbandonata perché non considerata prioritaria. Lo stesso Andrea Orlando, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, ha dichiarato che è in corso un’analisi approfondita per capire gli effetti di Quota 100.

Per una riforma del sistema previdenziale funzionale, si sta pensando a diverse linee d’azione. Oltre a sostituire Quota 100, nuove misure potrebbero cambiare il mondo delle pensioni per come lo conosciamo. I prinicipi saranno i seguenti.

  • Flessibilità in uscita.
  • Riconoscimento della diversa gravosità dei lavori.
  • Valorizzazione del lavoro di cura e del lavoro delle donne.
  • Pensioni dei giovani.
  • Potere d’acquisto dei pensionati.
  • Previdenza complementare.

Quota 100: cos’è e perché non è stata sostituita

Una decisione non dovrebbe arrivare prima di avere pronta una riforma degli ammortizzatori sociali e di un confronto con le Regioni sul tema lavoro. L’obiettivo di Palazzo Balestra è quello di dare in tempi brevi una risposta ai disoccupati, in crescita anche a causa degli effetti delle chiusure per fermare la diffusione del coronavirus in Italia. Solo dopo si potrà pensare ai chi deve andare in pensione.

Quota 100 permette di andare in pensione anticipata a chi ha almeno 62 anni di età e 38 di contributi. Ma dal 1° gennaio 2022, se nessuna legge dovesse sostituirla, si tornerà al requisito di 67 anni, quello previsto per la pensione di vecchiaia. Per evitare uno scalino simile, sono diverse le proposte avanzate dal mondo della politica e dalle sigle sindacali.

Dopo Quota 100: riforma Dini ed età flessibile

Tra le ipotesi c’è quella della “età flessibile“, estendendo quanto previsto dalle legge Dini, che riguarda chi ha l’intera pensione nel regime contributivo perché ha iniziato a lavorare dal 1996, anche ai lavoratori più anziani, che invece rientrano nel regime misto, retributivo fino al 1995. In altri termini si potrebbe andare in pensione a 64 anni con l’assegno calcolato solo con il metodo contributivo.

La riforma Dini consente tuttavia il pensionamento a partire dai 64 anni di età solo a patto che la pensione maturata abbia un importo pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, che ammonta a circa 460 euro al mese. La pensione maturata deve essere quindi uguale o superiore a circa 1.288 euro.

I sindacati hanno proposto al Governo di abbassare la soglia a 62 anni e ridurre l’accesso a somme di 1,2 o 1,5 volte la pensione sociale. Ancora le sigle premono per abbassare di un anno la pensione di anzianità, oggi possibile con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne.

Riforma previdenziale: pensione integrata pubblica

Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, ha spiegato che l’Istituto è al lavoro per attuare un sistema previdenziale integrativo pubblico, con incentivi fiscali per categorie come i giovani, le donne e chi ha salari più bassi. La pensione integrativa complementare è infatti decollata, in particolare al Centro Nord, per chi ha salari alti. Con un servizio pubblico si riuscirebbero ad abbattere i costi per il contribuente, riportando il capitale delle integrative in Italia, garantendo al nostro Paese un nuovo afflusso di investimenti.

Riforma previdenziale: pensione per i giovani

Due le proposte dell’Inps per i giovani. La prima sarebbe quella di rendere sostenibili per il futuro le pensioni, grazie a una copertura figurativa che possa andare a coprire il periodo di studi regolare. La seconda invece istituire una pensione minima di garanzia, non collegata all’ISEE ma alla lunghezza effettiva del periodo di lavoro.

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