Il prezzo della pasta non è uguale in tutta Italia, la classifica delle città più e meno care

Il prezzo della pasta cala in due anni ma resta disomogeneo: quali sono le città più care e meno care d'Italia

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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Fare la spesa continua a costare cifre diverse a seconda della città in cui si vive, persino se si mettono a confronto i prezzi di un bene primario come la pasta. Rispetto a qualche anno fa c’è stato un ribasso, sì, ma non è stato uniforme.

Se nel 2023 il costo medio di un chilo di pasta di semola di grano duro aveva raggiunto 2,13 euro, oggi il prezzo medio nazionale si attesta a 1,59 euro. Tuttavia, solo alcune città hanno registrato diminuzioni consistenti, mentre in altre i prezzi sono scesi più lentamente.

Di quanto è sceso il prezzo della pasta in Italia

Secondo il report realizzato dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) in collaborazione con Assoutenti, pubblicato il 24 ottobre 2026 e basato sui dati Istat e dell’Osservatorio prezzi e tariffe del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), il prezzo della pasta è sceso del 23,7% in due anni.

Nel dettaglio,

  • nel 2023 il prezzo medio di un chilo di pasta aveva raggiunto 2,13 euro, con punte di 2,40 euro in alcune province italiane;
  • a dicembre 2025, invece, il costo medio era già sceso a 1,63 euro al chilogrammo;
  • ma è tra gennaio e settembre 2026 che il costo di acquisto medio, a livello nazionale, è sceso ancora di più, arrivando a 1,59 euro al chilogrammo (registrando in nove mesi una flessione del 2,3%).

Nonostante ciò, non è possibile parlare di un ribasso uniforme perché, come già accennato, negli anni le differenze territoriali sono state marcate, con corsi diversi persino da una provincia all’altra.

La classifica delle città più care per comprare la pasta

Da quello che è emerso dall’indagine di Assoutenti:

  • Udine è la città italiana con il prezzo medio più alto per un chilo di pasta tra quelle considerate nel report. Il costo raggiunge 1,91 euro, una cifra superiore di 32 centesimi rispetto alla media nazionale di 1,59 euro;
  • Pescara si trova al secondo posto, con un prezzo medio di 1,89 euro al chilogrammo;
  • Cagliari chiude il podio, con un prezzo medio di 1,88 euro.

La classifica delle città dove la pasta costa meno

Sul versante opposto della graduatoria si trovano:

  • Siracusa, che risulta la provincia più economica tra quelle analizzate. Qui un chilogrammo di pasta costa in media 1,10 euro, quasi mezzo euro in meno rispetto alla media italiana;
  • Palermo si posiziona subito dopo con un prezzo medio di 1,13 euro al chilogrammo;
  • Messina invece occupa il terzo posto tra le città più convenienti con 1,19 euro.

Come dichiarato dal presidente del comitato scientifico del Crc, Furio Truzzi, a livello regionale la pasta costa generalmente meno in:

  • Sicilia;
  • Calabria;
  • Campania.

Presentano invece prezzi mediamente più elevati:

  • Marche;
  • Friuli-Venezia Giulia;
  • Veneto.

Dove il prezzo della pasta è sceso di più

Lo studio pubblicato ha analizzato comunque l’andamento dei prezzi dal 2023 ad oggi in generale, facendo luce sulle vari trend al ribasso, e quello che è emerso è anche anche questa volta le dinamiche sono state diverse da zona a zona. In particolare;

  • ad Aosta è stata registrata la diminuzione più consistente. Qui il costo medio di un chilogrammo di pasta è sceso del 37% in due anni;
  • a Cremona, la riduzione  è stata del 36%;
  • a Mantova, invece, il calo ha raggiunto il 35%.

In tutti e tre i casi, si tratta di diminuzioni superiori alla media nazionale (del 23,7%), mentre all’estremo opposto si trovano:

  • Alessandria, dove la riduzione si è fermata al 6,6%;
  • Napoli, pari all’8,5%.

Con l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente crisi energetica, le tensioni sulle materie prime agricole e il conseguente aumento dei costi hanno avuto un impatto immediato sulle diverse fasi della filiera alimentare nel 2023. La successiva riduzione dei listini riflette, quindi, il progressivo rientro rispetto ai livelli più elevati. Il calo osservato nel 2026, tuttavia, non ha portato le voci di costo ai livelli precedenti alla crisi. Questo perché i prezzi al dettaglio dipendono da un insieme di fattori e possono reagire con tempi diversi alle variazioni del mercato.